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Parole Sparse - due

Categoria: libri Pubblicato: Martedì, 18 Agosto 2009

 

PAROLE SPARSE (Carlo Stasi)

 

Che l’arte non avesse confini lo hanno sostenuto personaggi illustri come Orazio che, nella sua Ars Poetica, sosteneva che “la poesia è come la pittura” (”ut pictura poesis“), poi ribaltato dal pittore francese Nicholas Poussin in “ut poesis pictura “ (“la pittura è come la poesia”). Sulla stessa lunghezza d’onda erano il poeta greco Simonide di Ceo (“La pittura è poesia muta e la poesia è pittura parlante”), ed il pittore Leonardo da Vinci (“La pittura è una poesia muta e la poesia è una pittura cieca”). Nella mia ultraventennale ricerca estetica nel campo della cosiddetta “poesia visiva” era inevitabile incontrare un artista come Francesco Pasca.

Pasca è un pittore che ha alle spalle una lunga carriera di pittura collegata alla scrittura perché, in quanto membro del movimento detto “Singlossìa” (ovvero la fusione di linguaggi eterogenei), fondato da Rossana Apicella, con il quale il nostro è entrato in contatto durante gli anni di docenza a Brescia che lo hanno portato a mostre di poesia visiva in tutta Italia insieme ad autori del calibro di Eugenio Miccini. Ora Francesco, in arte Skòpas, mi mette davanti un libro di poesie, o meglio, come umilmente dice, di “parole sparse” senza alcuna pretesa di fare concorrenza ai “veri” poeti (chi siano i “veri” poeti, poi, nessuno lo sa); ma, come dice un’opera di Miccini del 1975 raffigurante una ballerina circondata dal testo inglese “poetry gets into life”, la poesia entra nella vita, e lo fa senza bussare né chiedere permesso, viene e basta, e ti prende, e, a volte, ti lascia.

L’idea di dare corpo ad una raccolta di poesie (o, per far contento Francesco, “parole sparse”) si deve proprio alla stagione poetico-artistica degli anni ’80, all’incontro con la Singlossia.

“… Come un veleggiare – scriveva allora Rossana Apicella - sui vascelli che “per incantamento” ci portano verso i lidi di una dolce follia in cui la Vita e la Morte danzano con tenera assurdità… Eros e thanatos si abbracciano in un incontro smemorato, e i “piccoli re” risorgono dal subconscio con il loro pianto-riso di tenerissima angoscia… Scatole magiche, dipinte, istoriate, epigrafate, dentro e fuori, come sepolcri di “re bambini” che vogliono rileggere la propria fiaba anche nell’aldilà…”.

Ed ecco lo spunto, divenuto poi racconto e riflessione, la rilettura del Piccolo Principe di Saint Exupéry, e l’intento di scrivere come una lettera al mondo poetico dei piccoli principi grandi principianti.

Le parole sparse di Francesco sono accompagnate da immagini sue e del figlio Massimo, grafico e scenografo. Le immagini di Massimo Pasca, figlio d’arte, sono disegni dove una filigrana brulicante di persone ed oggetti si intersecano ossessivamente e si fondono in un inquietante onirico deformante alla Bosch o alla Jacovitti (si pensi all’immagine della morte che ha un volto di donna e seni promettenti ed il cuore sul petto, aperto come labbra di vagina tra gambe scheletriche aperte anch’esse, e piedi a forma di forcone, forse per punire ogni maschile tentazione).

Ma torniamo a Francesco. Prima che del poeta (o aspirante tale) dovrei parlare del pittore (perché è soprattutto la sua pittura che conosco a fondo), e così rapportare la sua pittura alla poesia, per coglierne l’affinità elettiva, la rispondenza tra le due arti, tanto simili e tanto diverse.

La pittura di Pasca è materica ed architettonica, prospettica, chiaroscurale, ma anche surreale, d’altronde i conci delle colonne sembrano ingranaggi staccatisi da macchinari, gli archi sospesi. Sono ora le sue stesse parole a commentare quasi le sue immagini:

“Archi sottili

volte di cielo

come fondali

di Spiagge sognate.” (da “occhi”)

Architetture che hanno prospettive escheriane con inserti di scorci paesaggistici, citazioni testuali, barocchi ricami di pietra, festoni ricolmi di frutta, girasoli e colori violenti, netti come strappi o tagli di luce. Ma è anche pittura antiarchitettonica (di “boschi pietrificati”) con smembramenti di pilastri e volte (“archi di tempi”) sospesi nel vuoto che reggono il vuoto:

“Profondo è

Il cielo, incurvato,

smarrito.” (da “E, Non solo ad Agosto”).

Alla geometria si contrappone l’inserto decorativo, il capitello più elaborato (quello corinzio), o la cornucopia, o inserti paesaggistici con scorci dove piante traboccano come sentimenti contorti fuori dalla rigida struttura formale; ed ancora città giottesche e grottesche, e testi (“parole udite e criptate”, “parole scritte da donne su foglie hanno significati più lunghi di silenzi sillabati”) come francobolli, targhe, segnali stradali, messaggi fuori bottiglia in spazi co-stretti profanati, per esempio, da bici invadenti.

“E’ segno d’arco,

ammiccato,

spazio di mente

colmato,

approdo fiorito. “ (da “sestante”)

Come nel romanzo di St, Exupéry (al quale si ispira Pasca), col suo linguaggio semplice e sapientemente infantile, in Pasca la poesia ha un linguaggio scarno, essenziale, franto, frenato da una interpunzione quasi ossessiva, rigorosa che crea un ritmo sincopato fatto di pause secche e improvvise ripartenze, con intervalli di meditazioni in prosa.

Pasca, novello piccolo principe “continua a servirsi di colori” ma anche “di suoni, di passi come ballate” per la sua ricerca artistica, e perviene ad un’opera di singlossia in cui, ancora una volta, avviene la fusione tra immagine e testo.

Il grande “piccolo principe” ha colpito ancora!

Lecce 6.11.2005

 

Francesco Pasca -acrilico- fuori le mura

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