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surreali

Categoria: arte
Pubblicato: Lunedì, 10 Novembre 2014
Scritto da Super User

Surreale per chi?

Ovvero: leggere se non è una passeggiata.

di Francesco Pasca

Caro Ignazio,

« “come camminare sulla superficie terrestre” (?)» è forse « “come descrivere il bello senza averne la dimensione esatta” (?)» (da, sketch-Poesie).

Ho già conosciuto Ignazio che racconta, affastella favole per adulti e non; Ignazio che parafrasa, bubboleggia, razionalizza in predisposizione; Ignazio che unisce le cause e, per quest’ultime, persegue dapprima l’Aristotele, in quel che se ne percepisce con il surreale di una “geometria tutta aristotelica”.

Così m’è parso, è stato il mio leggere, nel e per un sentimento di scrittura che ne ha trascurato la sensazione: (come se Ignazio volesse vedere il mondo di sbieco.)

In Cartesio ne ho veduto elaborare la stessa causa e ascriverla “nell’efficiente". Con Spinoza è tuttora nell’intento a riprovare e si è poi ri-trovato nel campo di Cartesio, in particolari identificazioni per altra estensione. Per il movimento e per il pensiero l’ho veduto anche, è in un Hume, nelle cui cause hanno effetti che, non possono essere scoperte dalla sola ragione. Traduzione logica è stata ed è nel tuttora una scrittura di transito per l’esperienza. Nel Suo surreale il difficile o il complicato è veduto nelle idee. Nella forma semplice è fra l’essere natura o sostanza. Gianfranco Labrosciano lo ha “introdotto” ultimamente per l’ennesima sua scrittura. Questa volta sono racconti surreali per Edizioni Arianna.

Per il Labrosciano è un’abbondante e liberatoria nevicata, di libri ovviamente. A me che, di lui voglio scrivere, e ho già scritto per altre sue “favole” e per Racconti patafisici e pantagruelici nell’edizione Manni, sono appena nell’inizio del raccontare. Del e nel suo dinamismo “futurista” mi piace acchiappare almeno un fiocco di quella neve, di quei cristalli per far “sciogliere” e “scegliere” i nuovi racconti, farne magari le sue stesse metafore, quelle ad esempio con cui vengo accolto nella lettura con il suo scrivere d’inizio.

Ora, Caro Ignazio, sono con lui in un Central Park, magari di una New York metropoli, nel seme gigantesco di una mela piccina piccina piccina; fra le tante ed altre sue dislocazioni sono come: l’essere in lui nel West End o correre verso il Met. Sono anch’io fra i pochi che ascoltano per essere ancora alba o in un giorno pieno di imprevisti, così sono con il mio apprestarmi a leggere del suo surreale. Mi diverte e sono fra i tanti palloncini che esplodono, per bocca e per fiato di Ignazio (Apolloni). Ti confesso che, l’Apolloni ho avuto la sorte di conoscerlo personalmente per lettering in un laboratorio di provincia, in una cittadina del nord leccese, a Novoli, in quel LPN di Enzo Miglietta, ma non per la scelta dei soli caratteri tipografici da utilizzare nel suo e nostro essere poeti visivi. Il nostro è stato, è il lettering del rinnovamento nella Poesia monoglossica per la singlossica. Per lui in particolare, per noi, non è stata scelta di solo testo, né divagazione per altre pubblicità assordanti o tracciabilità cubitali da far stupire, né per essere rispecchio di sole immagini. Nel lavoro, qualunque sia stato il luogo dove ci siamo fatti esplodere coi palloncini, si doveva rigorosamente essere nel rifugio stesso del soffio, esplodere con essi e in esso. Il rumore, in quel silenzio era ed è nel rumore della Singlossia.

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della tela

Categoria: arte
Pubblicato: Domenica, 19 Ottobre 2014
Scritto da Super User

La difficile Arte dell’immaginare.

Ovvero quando l’immagine è donna di tela, strappata, rivoltata.(da un racconto con Roberto Buttazzo)

di Francesco Pasca

Oggi, a distanza esatta di una settimana destino il mio tempo al ricordo e racconto di un Artista che, fisicamente incontro raramente e che, costantemente annovero fra i pochi toccati dal colore, dalla luce, dal gesto, dal vibrare di un suono. Quindi anche oggi è domenica come quel 12 di ottobre e il calendario di padre Indovino nell’oggi 19 di ottobre recita:(paese che vai, usanza che trovi.) Riprendendo.
Ebbene sì! Distinguo! Eccome! Perché nel variare di questo mondo vi sono quelli che vengono toccati dall’invisibile ed altri che toccano e si auto-definiscono, ahimè, perché da altri così definiti per aver solo la mano nella cognizione/condizione dell’usare. Quest’ultimi son lesti, o a sentir loro, agiscono da impegnati, e poco del loro vero pensare assumono nell’imbrattare l’indifeso invisibile per loro visibilissimo. Altri, che sono i primi, per natura son schivi, ma consapevoli, ch’è l’altra cosa del sembrare o dell’essere, che, nel consapevole, son diversi, assai diversi, sono gli Artisti, son quelli che si lasciano solo prendere, accarezzare da quell’ignaro invisibile.Con l’ancora aroma del buon caffè appena gustato, rigorosamente amaro, ho incontrato lo sguardo nel blu, verde, amaranto e indaco di un occhio inquieto nel frenetico apparire al mondo e mi sono ancora una volta ritrovato, sebbene caduto “nella trappola della pittura”; così si introduce l’ennesima esperienza di Roberto Buttazzo.
Per me è anche esperienza in Colore da far scorrere veloce in un post doping di LUCE e da sublimare nel luogo di un san Sebastiano trafitto da una miriade di pungiglioni infermieristici; così alla Fondazione Palmieri di vico dei sotterranei, 24 a Lecce, in una Lecce ancora ignara ed in attesa di verdetti da far non più sognare in “boschi magici” e del poi trovarsi stremati sui Sassi. Così, nel mio consapevole, ho abbracciato l’Artista. Un’altra donna, fra le tante lì rappresentate, Marina Pizzarelli, aveva preparato la sua trappola e così mi ha “strappato/intrappolato” col suo scritto critico di presentazione e fattomi scendere nel mio abisso d’immaginazione per un Artista che conosco in serietà da anni. “La nudità della donna è più saggia dell’insegnamento del filosofo” (Max Ernst). Roberto era lì e non si trastullava a passi larghi per le arcate, per le teorie femminili con il banale, ma infilzava l’ennesimo suo strale nel sognante corpo del suo san Sebastiano e in ognuna di quelle quotidiane e vitali esperienze vissute in e per ognuno di quei corpi al femminile tracciava la sua libertà, la eviscerava e poi l’annullava; rimpiazzava, nascondeva, drappeggiava, emergeva e poi si immergeva e ancora riemergeva in un verde che sventolava nel suo ventaglio delicato come, penne d’aquila, di gazze dispettose, di piume, di tocchi, di LUCE.

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LISA

Categoria: arte
Pubblicato: Venerdì, 14 Marzo 2014

per POP(serio)PENSIERO 

(11-03-2014 - Francesco Pasca)

 

Da dipingere è lì la tavola mia, lì con il suo intorno di secolo a venire. Tuttora pensa anch’Ella e al suo di nome e se l’essere Honda, Gioconda, Monna o (L)-Isa.

Così è quel che a me appare e il come è nel suo nome e nelle misure o ancora com’è fra l’essere e quel fare. Vi è oggi più del noto e anche più di quel nome e lì rimane da aggiungere il Monda che non è Monna, a  quel di me ch’è l’ideale pel mio dunque, addentrare.

L’uscio della mia casa attende la scrittura all’inverso, l’ingranaggio rovescio, il suo mancino andare.

All’uscio, l’amica mia, presto non darà le spalle ed Ella sa che fluisce l’universo suo per le montagne, per i mari e fin su in alto ai cieli e lo farà per rocce e per caverne, per i disordini altrui e per esser veri.

Qui io l’attendo.

L’amica sarà così come nei segni di sbalzo, d’un paesaggio e non solo e, nel me accanto, sarà l’antica Sua saggezza, racconterà del regno del Signore.

Qui, nell’attesa, comincia il suo mutare, lì il creare azioni per quella sua nuova natura che d’uccello ha ala per Luna.  Ier l’altro mi s’accostò e nell’esser vicina così disse e profferì parola. Parlò del sé, chiesi il suo sé o del mai potessi vedere ancor l’antico o quel ch’era del lasciato frizzo, del natio suo villaggio o se al nascosto suo segno andasse con un guizzo.

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