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LISA

Categoria: arte Pubblicato: Venerdì, 14 Marzo 2014

per POP(serio)PENSIERO 

(11-03-2014 - Francesco Pasca)

 

Da dipingere è lì la tavola mia, lì con il suo intorno di secolo a venire. Tuttora pensa anch’Ella e al suo di nome e se l’essere Honda, Gioconda, Monna o (L)-Isa.

Così è quel che a me appare e il come è nel suo nome e nelle misure o ancora com’è fra l’essere e quel fare. Vi è oggi più del noto e anche più di quel nome e lì rimane da aggiungere il Monda che non è Monna, a  quel di me ch’è l’ideale pel mio dunque, addentrare.

L’uscio della mia casa attende la scrittura all’inverso, l’ingranaggio rovescio, il suo mancino andare.

All’uscio, l’amica mia, presto non darà le spalle ed Ella sa che fluisce l’universo suo per le montagne, per i mari e fin su in alto ai cieli e lo farà per rocce e per caverne, per i disordini altrui e per esser veri.

Qui io l’attendo.

L’amica sarà così come nei segni di sbalzo, d’un paesaggio e non solo e, nel me accanto, sarà l’antica Sua saggezza, racconterà del regno del Signore.

Qui, nell’attesa, comincia il suo mutare, lì il creare azioni per quella sua nuova natura che d’uccello ha ala per Luna.  Ier l’altro mi s’accostò e nell’esser vicina così disse e profferì parola. Parlò del sé, chiesi il suo sé o del mai potessi vedere ancor l’antico o quel ch’era del lasciato frizzo, del natio suo villaggio o se al nascosto suo segno andasse con un guizzo.

 

Mi disse il , dei remoti, se volessi i suoi dirupi e i precipizi, se al varcar d’orizzonti o prendendo voli in visioni io volessi il suo fare per farne meraviglia di altri abissi. Qui, oltre l’uscio, attendo l’acqua e il sale, il cielo ch’è ventre di Terra, il diavolo e il suo mare. Qui, dall’uscio mio Ella emerge, dunque, e fa l’alta montagna, l’appartenente ad una dimensione ch’è dice d’esser il suo, quel razionale. Qui magico è il simbolo e marca. Qui sono, ai bordi della mente, sul mio legno d’uscio, nel suo bruno di un tocco lieve, di un abbozzo che più di non finito è per me un lasciato fare, un mai poi terminare. Non m’addentro ora in quel legno, né guardo il cosa, è questo il mio paziente fare. É questo l’andare su cose di colore,  ma  anche  ne miro e ne suppongo di uno mio spellare, di un manovrar l’ingranaggio che la scopre fin nel suo sotto, sotto il suo girare. Vedo cosa del prima in venerato ossequio al piede di madonna come nell’acqua pura per fonte e per quel che sgorga, per grande movimento di gesto e per centri, per linee che di diagonal n’è forma. Son uscio e folla anch’io, sono dell’azione il gesto e volgo la mia destra al legno e ne divento figlio e fuggo fra alberi di alloro, di arecacae per più antica famiglia è per simbolo ch’è il centro del ricordo, Madre. Sono nel bruno, sono per legno, per moto leggero ch’è scontro di usci aperti, vedo gli armati e non v’è il subìto visto né il compreso. Qui non v’è il dapprima, giunge il senso, il visibile ch’è l’uno di moto,  il verso. Da sotto l’arco scappo perché da Lei sono franto e sono il fanciullo e son il suo di destro, son lì in quel riquadro a svelare, scoprire nude radici per meglio far sentire quel legare di terra, quel che v’è da trasformare nei sassi e quel che può far miglior la vita, ch’è di Sua operazione e mia di meraviglia. Leggero è il moto verginale, leggero Ella lo spande e i cerchi come onda per onda per rivelazione ritornano e son lievi segni e altri fan il dinamico, sperare.

Qui nei moti la caverna. Qui sì vissuta  è mia cornice, mia contemplazione.

                                                                                              

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