Acqua e Civiltà

Categoria: racconti Pubblicato: Venerdì, 06 Gennaio 2012

Più pubblica di così

si può.

di Francesco Pasca

Parlare dell’acqua è l’idea che mi frulla e oggi mi scorre. Una breve sosta romana, come sempre, si è palesata con gli archi da assegnare non solo come varchi o trionfi, ma soprattutto con gli undici acquedotti presenti dal 312 a.C. e che portano acqua alla città con disponibilità distribuita nel pubblico. (circa 1.300 fontane fra cui ben quindici le monumentali e vestigia di Terme altrettanto numerose). L’acqua romana è stata da sempre la prima risorsa. Persino utilizzata, così come raccontata, negli spettacoli per le naumachie. A Roma l’acqua affascina e, questo ennesimo soggiorno romano, è stato un viaggio improvviso. L'imprevedibile viaggio che può essere auspicato e, se materializzato nell'approvato e fatto, può divenire per questo ancora più bello. Mi sono mosso repentino, l’ho fatto come il muoversi alla ricerca di un nuovo incipit.

Questa la storia.

Ad ora tarda, tardissima, sono in zona E.u.r., nel quartiere detto delle tre fontane, mi accompagna una pioggerellina sottile, veri spilli da agopuntura dal piacere infinito. E' bello il mio attraversamento a piedi per via Laurentina poi per via della Musica. Sono allegro e mi muovo per altre strade all'insegna dell'Arte, coi nomi: viale Rembrandt, via della civiltà romana, viale dell'Arte, dell’architettura, della letteratura, ecc... Nel percorrere mi imbatto in un Cippo, ad altezza d’uomo la scritta a caratteri classici con inciso: “VIALE DELLA CIVILTÀ DEL LAVORO”. Intorno a me bianche Cattedrali di Uffici deserti, svuotati della loro anima, immobili e percorsi da luci a neon per testimoniarne una trascorsa vivibilità. Sono per vie transitabili, all'insegna del nulla vivo a me intorno. Persino le auto che sfrecciano sembrano carcasse vuote. Culmine del vuoto, nel complesso urbanistico romano dei trentadue quartieri voluti per l'Esposizione Universale di Roma, riecheggia il passo svelto del ventennale di una "pantagruelica" marcia romana. Questo è il Luogo detto delle Tre Fontane. Ho appena lasciato alle spalle il Palazzo dei Congressi. Ho davanti il palazzo della Civiltà Italiana o Civiltà del Lavoro. Ho l'edificio monumentale iniziato e mai concluso, (probabilmente è metafora di un Lavoro che può iniziare ma non concludersi oppure precarizzarsi).

Gusto la bianca facciata disegnata sul nero di quel vuoto. Intuisco la sua pianta quadrata, vedo che è l’anima dalla forma parallelepipedoidale e di una copertura in travertino assistita da altrettanti bianchi fantasmi. Conto i suoi 54 archi per facciata (9 in linea e 6 in colonna).  Per me quadrano l’impossibile di un cerchio, del Colosseo, e sono l'infinità di orbite svuotate ed assenti nell'immaginare, vedere il futuro. Tutto quanto sta per essere da me pensato non è qui riportato per ovvietà di scrittura. Scrivo sul mio tablet, ma sono colpito, ahimè, da un languorino. Lascio i precedenti pensieri e ricordo a me stesso di dover tacitare lo stomaco. Sento la necessità di una buona cucina romana. Comprendo che dovrei recarmi a Trastevere piuttosto che gironzolare qui all'E.u.r. magari portarmi in una trattoria di buona cucina già conosciuta ed apprezzata, ma sono ancora percorso dall'idea dell'imprevedibile. Mi avventuro. Vagabondo a lungo senza esito alcuno, finalmente, risalendo la Laurentina, incappo nel primo luogo utile. Entro nel solito brusio di sala, vedo camerieri affaccendati e un andirivieni di persone che come me cercano ed altre che consumano. Reperire un quattro zampe con tovaglia quadrettata e posate è facile. Il sorriso dell'oste lo intravedo stampato nella solita cortesia, poi pane, acqua e vino. Mi torna alla mente l’acqua romana, mi riappaiono i Romani che s’accontentano dell’uso delle acque tratte dal Tevere, dai pozzi e dalle sorgenti”. Ricordo quanto detto da Plinio il Vecchio: «Chi vorrà considerare con attenzione … la distanza da cui l’acqua viene, i condotti che sono stati costruiti, i monti che sono stati perforati, le valli che sono state superate, dovrà riconoscere che nulla in tutto il mondo è mai esistito di più meraviglioso». Credo di sorriderne per tutto questo e, credo che, se ne accorgano anche i miei vicini di tavolo, mi osservano come un alieno. Li vedo confabulare. Per me, quel che conta è avere la mia bottiglia d’acqua gelata da frigo rigorosamente di vetro e con capsula integra. Imprimo perciò la solita forza dello svitare e riempio il bicchiere. Bevo a sorsi lunghi, quasi a rinfrescare la mia fatica nel cercare. Ha uno strano sussulto il mio palato. L’acqua che credo di avere nella bottiglia non è l’acqua che trovo dichiarata sull’etichetta. Ribevo. L’identica sensazione colpisce ancora l’attraversamento per lo stomaco. Nella mente ritornano i condotti romani, sembrano agitarsi sul fondo della mia bottiglia. L’ultimo arco del mio acquedotto sembra vistosamente aver perso il suo piedritto e si sta definitivamente frantumando,  mescolando con altra acqua.

Non sorrido più. Mi scuoto dalla seggiola tanto da attirare l’attenzione dei miei precedenti scrutatori di sorrisi. Sono turbato. Mi giro vistosamente ed offro loro da bere, porgo la bottiglia a quello più a me vicino, chiedo aiuto, parere, chiedo un competente assaggio da sommelier. Arricchisco l’interrogativo e chiamo il cameriere. Giunge trafelato e sorridente. Chiedo conforto anche  a lui, propongo la degustazione. Pronuncio il termine “Uguale” riferito a quanto dichiarato sull’etichetta. Trasale il mio vicino di tavolo. Trasale il sommelier. Trasale il cameriere. Trasale buona parte degli avventori. Vedo gli improvvisati degustatori d’acqua portarsi all’incredulo assaggio. Ecco. Trafelato giunge anche il ristoratore. Giungono contemporaneamente le scuse, giunge anche una nuova bottiglia anch’essa di vetro e rigorosamente sigillata dalla sua capsula. Si cancella la mia espressione d’alieno e vengo rassicurato. Uno spiacevole incidente, nient’altro. Sono tutti contenti, infondo l’acquedotto romano resiste da millenni e la sua acqua pubblica è la migliore. Sono da due giorni a Roma, lo sono ancora, e in questo momento la mia prospettiva di cielo è serena, corre verso l'alto, lungo la scalinata di Trinità dei Monti, poi capitombola e si innaffia con l'acqua della fontana del Bernini. (il fatto è realmente accaduto. L’acqua minerale è stata realmente sostituita con acqua d’acquedotto, spero, romano. Fortunatamente era acqua).

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