| Parola: significato di armonia, che giunge a noi elementare e primitiva e che assume immagini, incanti e terrori ,e, nostalgicamente, si ritrova di inesauribile fecondità. (parole sparse) prendono spunto da narrazioni fantastiche trascorse tra dolore e gioia, ispirate e scoperte dall’uomo appena nato alla Vita e al Sole. La raccolta è un racconto o riflessione-gioco di fatti il cui intento è semplicemente quello di scrivere, come in una lettera, al mondo poetico di tutti. Inizia con “ conosci qualcuno…?”, quasi a volere indagare e coinvolgere, per poi ritrovarsi nel medesimo inizio e fine. E’ questo il gioco; e ,come tale, si rivela fragile e caduco e si lascia trascorre via via come il tempo. (Francesco Pasca)  Il tempo - disegno su carta - Massimo Pasca Il tempo dell’anima (Giorgio Barba) Chi non ha letto il "Piccolo principe" di Antoine de Saint-Exupéry senza rimanere affascinato dalla semplicità con cui viene descritto il mondo esterno, visto e gustato attraverso la purezza dell'anima, rafforzata dalle esperienze esistenziali. "Ed eccoti in marcia per il tuo paese lontano, al di là delle sabbie e benedetto dalle acque, risalendo le distese fra un pozzo e il seguente come gradini di una scalinata... e insieme a dei muscoli ti si struttura un'anima". Sì, proprio quell'anima capace di cogliere ogni piccolo singulto della vita e che sa discernere tra valori umani e il caos dei sentimenti disumani che affollano la quotidianità. Non è facile, da adulto, svegliarsi e scorgere se stessi già cresciuti, ma pronti a carpire all'universo quel "nulla d'inesauribile segreto" che giace in noi, sepolto da qualche parte e sul punto di affiorare carico di significati nuovi. Così l'occasione di scrivere a Natale, scrivere per ritrovarsi fanciullo a sbocconcellare un frutto golosamente, è un percorso a ritroso nel tempo per Francesco Pasca, che nel prosimetro "Il piccolo principe", sulle orme dell'aviatore francese, cerca il bandolo della matassa nell'intrico dei suoi pensieri. Non è facile seguire il filo di Arianna nel labirinto dei nostri giorni. I labirinti non sono più lineari, ma quadridimensionali e svoltare sempre in una direzione può condurre a intersezioni e sovrapposizioni spazio-temporali. L'itinerario poetico di Francesco Pasca si intreccia con quello pittorico e le architetture dechirichiane dei suoi quadri ben presto sfociano in squarci geometrici che si aprono su girasoli o su frutti invitanti. E' in questo modo che Pasca si vede nel passato a cogliere i momenti più intensi della sua esistenza, nella vita familiare e nel lavoro. Così egli scrive del vento nel vento e per il vento pronto a lasciare che parole o sillabe, come quelle della sibilla, si ricompongano e indichino un responso che all'alba si rivela effimero e fugace. Pasca predilige il verso breve, le parole lanciate sulla pagina come dadi a formare metafore insolite e ardite, pregne di significati che il tempo stesso varia e scolpisce su "pagine con segni minuti/ trovate nel nulla", come "speranze passate/trovate sospese". Così al tempo che viene scandito dagli eventi Pasca contrappone l'attesa, cioè il tempo dell'anima, che trasforma i desideri in ricordi, il presente in futuro, le speranze in presente. Lecce 12.11.2005  1980 Sistema Bibliotecario Urbano (Biblioteca Circoscrizionale S. Tommaso) Bergamo da Intergruppo-singlossie di Ignazio Apolloni (Palermo) PAROLE SPARSE (Carlo Stasi) Che l’arte non avesse confini lo hanno sostenuto personaggi illustri come Orazio che, nella sua Ars Poetica, sosteneva che “la poesia è come la pittura” (”ut pictura poesis“), poi ribaltato dal pittore francese Nicholas Poussin in “ut poesis pictura “ (“la pittura è come la poesia”). Sulla stessa lunghezza d’onda erano il poeta greco Simonide di Ceo (“La pittura è poesia muta e la poesia è pittura parlante”), ed il pittore Leonardo da Vinci (“La pittura è una poesia muta e la poesia è una pittura cieca”). Nella mia ultraventennale ricerca estetica nel campo della cosiddetta “poesia visiva” era inevitabile incontrare un artista come Francesco Pasca. Pasca è un pittore che ha alle spalle una lunga carriera di pittura collegata alla scrittura perché, in quanto membro del movimento detto “Singlossìa” (ovvero la fusione di linguaggi eterogenei), fondato da Rossana Apicella, con il quale il nostro è entrato in contatto durante gli anni di docenza a Brescia che lo hanno portato a mostre di poesia visiva in tutta Italia insieme ad autori del calibro di Eugenio Miccini. Ora Francesco, in arte Skòpas, mi mette davanti un libro di poesie, o meglio, come umilmente dice, di “parole sparse” senza alcuna pretesa di fare concorrenza ai “veri” poeti (chi siano i “veri” poeti, poi, nessuno lo sa); ma, come dice un’opera di Miccini del 1975 raffigurante una ballerina circondata dal testo inglese “poetry gets into life”, la poesia entra nella vita, e lo fa senza bussare né chiedere permesso, viene e basta, e ti prende, e, a volte, ti lascia. L’idea di dare corpo ad una raccolta di poesie (o, per far contento Francesco, “parole sparse”) si deve proprio alla stagione poetico-artistica degli anni ’80, all’incontro con la Singlossia. “… Come un veleggiare – scriveva allora Rossana Apicella - sui vascelli che “per incantamento” ci portano verso i lidi di una dolce follia in cui la Vita e la Morte danzano con tenera assurdità… Eros e thanatos si abbracciano in un incontro smemorato, e i “piccoli re” risorgono dal subconscio con il loro pianto-riso di tenerissima angoscia… Scatole magiche, dipinte, istoriate, epigrafate, dentro e fuori, come sepolcri di “re bambini” che vogliono rileggere la propria fiaba anche nell’aldilà…”. Ed ecco lo spunto, divenuto poi racconto e riflessione, la rilettura del Piccolo Principe di Saint Exupéry, e l’intento di scrivere come una lettera al mondo poetico dei piccoli principi grandi principianti. Le parole sparse di Francesco sono accompagnate da immagini sue e del figlio Massimo, grafico e scenografo. Le immagini di Massimo Pasca, figlio d’arte, sono disegni dove una filigrana brulicante di persone ed oggetti si intersecano ossessivamente e si fondono in un inquietante onirico deformante alla Bosch o alla Jacovitti (si pensi all’immagine della morte che ha un volto di donna e seni promettenti ed il cuore sul petto, aperto come labbra di vagina tra gambe scheletriche aperte anch’esse, e piedi a forma di forcone, forse per punire ogni maschile tentazione). Ma torniamo a Francesco. Prima che del poeta (o aspirante tale) dovrei parlare del pittore (perché è soprattutto la sua pittura che conosco a fondo), e così rapportare la sua pittura alla poesia, per coglierne l’affinità elettiva, la rispondenza tra le due arti, tanto simili e tanto diverse. La pittura di Pasca è materica ed architettonica, prospettica, chiaroscurale, ma anche surreale, d’altronde i conci delle colonne sembrano ingranaggi staccatisi da macchinari, gli archi sospesi. Sono ora le sue stesse parole a commentare quasi le sue immagini: “Archi sottili volte di cielo come fondali di Spiagge sognate.” (da “occhi”) Architetture che hanno prospettive escheriane con inserti di scorci paesaggistici, citazioni testuali, barocchi ricami di pietra, festoni ricolmi di frutta, girasoli e colori violenti, netti come strappi o tagli di luce. Ma è anche pittura antiarchitettonica (di “boschi pietrificati”) con smembramenti di pilastri e volte (“archi di tempi”) sospesi nel vuoto che reggono il vuoto: “Profondo è Il cielo, incurvato, smarrito.” (da “E, Non solo ad Agosto”). Alla geometria si contrappone l’inserto decorativo, il capitello più elaborato (quello corinzio), o la cornucopia, o inserti paesaggistici con scorci dove piante traboccano come sentimenti contorti fuori dalla rigida struttura formale; ed ancora città giottesche e grottesche, e testi (“parole udite e criptate”, “parole scritte da donne su foglie hanno significati più lunghi di silenzi sillabati”) come francobolli, targhe, segnali stradali, messaggi fuori bottiglia in spazi co-stretti profanati, per esempio, da bici invadenti. “E’ segno d’arco, ammiccato, spazio di mente colmato, approdo fiorito. “ (da “sestante”) Come nel romanzo di St, Exupéry (al quale si ispira Pasca), col suo linguaggio semplice e sapientemente infantile, in Pasca la poesia ha un linguaggio scarno, essenziale, franto, frenato da una interpunzione quasi ossessiva, rigorosa che crea un ritmo sincopato fatto di pause secche e improvvise ripartenze, con intervalli di meditazioni in prosa. Pasca, novello piccolo principe “continua a servirsi di colori” ma anche “di suoni, di passi come ballate” per la sua ricerca artistica, e perviene ad un’opera di singlossia in cui, ancora una volta, avviene la fusione tra immagine e testo. Il grande “piccolo principe” ha colpito ancora! Lecce 6.11.2005  Francesco Pasca -acrilico- fuori le mura Conosci qualcuno che ha forse… scritto a Natale ? Io lo Conosco; ha riscritto ancora oggi perché sente il sapore di frutto appena raccolto, presentato e gustato da occhi fatti grandi dietro a spesse lenti. Ho veduto il suo stupore mentre immaginava il sapore. Io l’ho veduto accostarsi furtivo a quella abbondante natura; l’ho veduto sbocconcellarla e a gustarne le diversità ; l’ho veduto ed è sembrato come un'immagine appena colta e rubata. E’ stata fervida fantasia di bambino goloso? Oggi conosco quel piccolo principe goloso, ha continuato a suggere da quella natura o a scrivere come parlarsi addosso, a scolarsi di quel succo di volta in volta acre o scorrevole e dolce come rima baciata. Ha continuato a convincere che i luoghi, le storie, le fantasie e le mancate promesse possano continuare ad esistere. Furtivamente, continua ad essere e fantasticamente, ad impossessarsi di canestri di frutta gustosa. Io l’ho veduto svegliarsi e non accorgersi che, a volte, nel sogno, il risveglio è già adulto e non c’è tempo per crescere. Finalmente, ho Sentito, malinconia nel suo scritto, e sento parole zoppe mescolate ad improvvisi silenzi; sono rumori di pietre stropicciate e rigate dove appaiono colori di gesso umido come nubi autunnali. Forse ne ho ravvisato un lento ma inesorabile distacco. Racconta di sé: “Conosco un bugiardo che da sempre non seppe essere al momento giusto nel posto giusto, finito nel ventre di un pesce…., non so bene se da lì cominciò o finì la sua storia.”  Singlossia per egoestetico serigrafia Francesco Pasca La quinta volta di cinque | | | Era il nuovo, la prima volta di cinque; nuovo era il secolo, la classe e i docenti. Era nuovo l’interesse segnato su volti ansiosi, ora smarriti, ora curiosi. Oggi E’, la quinta volta di cinque e sono volti felici di anni passati, di interessi acquisiti, cercati. Oggi E’, nuovo lo spazio, fra ieri e domani. |  Francesco Pasca –acrilico- paesaggio - le Conchiglie (Gallipoli) se fosse ieri... | | | Ho atteso giornate di sole. Ho atteso paesaggi arrossati, disegnati, ricchi di mille colori. Ho atteso nuvole di gesso annacquato, cariche di attese e di sete. Ho atteso parole da mescolare alle tue. Ho atteso desideri insperati. Ho atteso! Forse, domani ? |  Francesco Pasca - acrilico Venezia era forse Venezia? | | | Venezia era chiara era il mare le calli e i caffé. Era donna danzante era gli occhi di pastelli e di mare era il sole. Era Giugno e bruciava era riverberi e brezza era sguardo diverso. Era desiderio di sogno era riverbero di agili membra era capriccio di vento. Era quieta attesa dell'alba era gabbiano dal volo nervoso era chiaro cielo di sole. Non era triste Venezia. | Parla di un luogo, immaginario o reale che fosse, incrociato da diversi dialetti, da parole udite e criptate, da “verità bugiarde” o nascoste. Parla di un luogo…il cui centro è l’unico di tanti cerchi, asservirti e funzionali, tutti diversi ma uniti da un unico scopo, essere e convincere. Racconta di un luogo dove si ascolta leggendo, dove parole scritte da donne su foglie hanno significati più lunghi di silenzi sillabati . Racconta dei suoi, sillabati silenzi: ” …Li ho montati, costruiti nella mia mente come versi di un rosario infinito, dolce, struggente, convincente e diverso. Abile come segno tracciato da mani pazienti, li ho versati su panni piegati, prontamente nascosti, salvati…” Descrive un sogno sparso nel labirinto della sua memoria: ” …ho veduto isole emergere e scomparire con rumore di magie assordanti, ulivi come naufraghi approdare in lidi colmi di barche rovesciate, gabbiani smarriti come aquiloni di bambini sorpresi, viuzze di borghi antichi deserti d’anime ma affollati di cumuli di fango e urla di dolore; ho veduto, immagine sfocata di vergine sgomenta…” Ascolta, cerca ed attende nuove e più gradevoli fiabe come parole mature di fitte spighe di Giugno. E scrive del vento… | | | La mia la tua mano non può fermare il vento, si lascia passare, e racconta... fra segreti di corpi trascina... Che il vento raccolga... antiche sorgenti, veleni immortali. Ma, lasciamo che frughi, si sparga,riprenda, si affacci. Che al gioco svanisca, distrugga se stesso. Ma, lasciamo che frughi. Il vento è tiranno del tempo, bagliore di un nulla. Che voli, che spunti, che frughi. che lasci pudore e sapore. Lasciamo che frughi. | Oggi, domani o per sempre, sente che i sapori non si possono più nascondere tra le proprie o altrui mani o scriverli sulle foglie; il vento fiuta le presenze e le incalza, ne rivela il loro essere e fa sentire la sua vittoria. Il Vento lo lascia nudo da Re, ma nudo. Le “sue” donne, i suoi figli, gli amici quanto hanno potuto modificare il suo stato? Forse, ha scelto di continuare a mentire, giocare, trovare, nascondersi, a suo modo amare ed essere; forse scriverà ancora lettere a Natale. Portarsi i suoi grammi di troppo è la sua linfa vitale. Il vento lo porta lontano, e continua a scrivere sedotto dal superfluo. In viaggio dimorò a lungo in luoghi dove il tempo è simile ad acqua e anice, e scrisse con parole formate e ridotte, di acqua sollevata da onde dove la dea Ptah realizzò con gli strumenti della ragione la nuova creazione. Parlò del loto, gioiello di delizie, simile a magnifica fanciulla di nome Padma, signora della danza, emersa da un calice ed in equilibrio fra gli elementi di un'unione sessuale di fiore. Ed un giorno, all'alba... alba | | | Ho seguito, cercato fianchi generosi, anfora romana colma di semènza, seno di nutrice paziente, moneta preziosa. Ho sparso segnali, impronte segnate. Ho perso le mie tracce; non ho, all'alba, più ritrovato le sue. |  Massimo Pasca –acrilico- il sole E scrive del sole, eterna sfera in anelli concentrici di terra di fuoco e di acqua, dove il corvo con tre zampe in preda ad un incantesimo esercita la sua funzione di effimero creatore. se Il sole | | | sono cupi i colori, il sole non parla la nebbia lo avvolge si oscura traballa nessuno si illude è sguardo fumoso è maschera nuova di latte schiumoso il sole s'avvolge respira affannoso tra quinte del tempo osserva dubbioso, Ma supera tutto non cavalca più nubi è amico geloso con molti più dubbi. | E scrive della luna, femmina eccentrica e vanitosa che è la luce passiva di divenire e mutare. Ascia bipenne pronta a colpire come metafora di sapienza. Se la luna | | | è donna gabbiano che corre a ritroso con stridulo verso di grido stizzoso sono foglie avvizzite è ciottolo roso di pareti ingrigite è mare dubbioso è arriccio di croste di ossa sepolte ascolta in silenzio ricordi di soste. | se la Luna c'è | | | Chi della luna vede solo ciò che appare, vorrà nel pozzo un cerchio, forse una donna o un lume lontano. Chi nella luna vede la propria anima, vorrà l'intero universo forse la sua luce o un suo brandello. Chi della luna vorrà la fantasia più ostile e la luna c’è, lei, rimarrà ferma, lontana. | Ma Il tempo, guardiano della soglia, porta in grembo la sua sposa oltre la sua dimora coniugale spargendo sale e segnando il suo pentacolo con annuncio di minuscoli campanelli dorati e tintinnanti, e del tempo scrive... tanti... | | | un anno, due,tre... o Tanti è uguale Tutti scorrono segnano chiamano Tutti... in fretta si cercano sommano danzano ed è così... che teneri, assurdi e minuscoli tratti di noi sfuggono... Sono attesi, unici sono appena uno di Tanti. E Tanti Tanti Tanti... | Il tempo | | | E vedo i miei pensieri e sono lunghe file di formiche operose schizzate dal nulla. E vedo il fare corsivo e nervoso e sono pagine con segni minuti trovate nel nulla. E vedo archi di tempo e sono speranze passate trovate sospese. Visioni parziali di soste e di mete visioni di lente scheggiata di speranza trascorsa violata |  Francesco Pasca - acrilico - Morte di un’agave E vede, come utili punti di riferimento, le stelle, fisse ed eterne e come il tempo di difficile interpretazione. Esse assumono particolare interesse di notte quando spariscono i raggi del sole per poi riapparire mattiniere e solerti. Dodici settori con dodici segni che subentrano via via all'apparire di una nuova fase lunare con l'incalzare dei desideri che governano l'anno. E, non solo ad Agosto | | | Profondo è Il cielo, incurvato, smarrito. E’ Tessuto di punti cuciti, fissati. E’ Attesa di segni solcati, cercati. Solo desiderio di sogni, voluti. Appagati? |  Francesco e Massimo Pasca - murale – singlossia a quattro mani Cielo di Marzo | | | Vedo di notte il cielo del Sud e all'alba è Vergine in Giove. Donna, Il pensiero di te m'avvolge come nebbia lombarda, come penombra d'albero di mimosa, come ramo sospeso e... ti voglio! a Sud l'inverno ha segnato Orione nel cielo con tre nitide stelle tre diamanti filati, adagiati. E’ cintura sul tuo corpo e... ti voglio! E' desiderio ripetuto tre volte. E' desiderio uguale e diverso e per tre volte, da sempre, ho cercato e... ti voglio! E scruto il cielo del Sud ed è sempre Gemelli in Saturno. |  Francesco Pasca -acrilico- diversi E si affaccia il governo dell'anno ed è inizio del terzo millennio. Tutto affiora fitto fitto con corazza di frutto ancora acerbo e quel piccolo principe goloso si affretta. Consapevole, si interroga e dice... “ Facile è leggere il cielo se trascorso da uccelli via via colorati dal bianco e dal nero. Meno facile è interpretarne il volo. Facile è cogliere e rubare parole come frutti maturi. Difficilissimo è decidere se volere o chiedere. Conosco l'unico artefice del mio destino ? ” Ancora una volta la gerarchia dei valori visivi hanno preso il sopravvento, i pensieri che segnano l'anno non hanno più avvicendamenti. Il piccolo principe vuole disperatamente amare la sua donna e volgendosi al freddo cielo di marzo vede... trascorsi | | | Uccelli migranti veloci filastrocche d'ali su trascorsi battenti di destini segnati magari sognati desiderio dolce di richiesta di pace e... di donna. | sestante | | | La mia anima appare; m'affiora alla mente gorgoglia. E' segno d'arco, ammiccato, spazio di mente colmato, approdo fiorito. E' compasso dai tratti incurvati; e sono bianche, fresche gambe d' oceani, e di sole. Infinito, sognato, levigato è lo spazio, e corrono dita e segnano albe e rincorrono i tocchi e cercano mani e fermano i passi. Già fievole nube, ora, è nube di sete e il sestante è puntato. Si rincorrono i passi, saltellano i tocchi su umide labbra di mare. Ora, deboli sussulti di sete, Ora, forti richiami. Ora, ancora più forti, risalgono sicuri, s’ accendono, scuotono, come esplosivi alti vulcani. Ora sono galassie lontane. Il Sestante è puntato e...vorresti tornare. | E vede, nel tempo, creature malvagie simili a Gorgoni che con gli occhi degli altri pietrificano le sue difese, e , come in un'antica saga irlandese quattro uomini sollevano le altrui palpebre, e , come con cieca fortuna si distribuiscono i doni.  Francesco Pasca acrilico su tela occhi E vede, infine, la sua linfa chiara che appare al pari della conoscenza e per incanto la ragione appare ai suo occhi, come... occhi | | | Primavere sospese nel tempo come iridi di pesco bagnate di fresca rugiada. Ovali perfetti segni dell'anima come virgole dolci al cielo rivolte. Archi sottili volte di cielo come fondali di Spiagge sognate. Cristalli di mare luoghi infiniti come calde lacrime oggi segnate. |  Francesco Pasca –acrilico- egoestetico Oggi è nella sua casa, centro vitale di uomo divenuto stanziale, orientamento cosmico, dimora fissa e permanente, punto di incontro di feste e riti comuni, monumento di alleanze. Lui stesso è la casa è donna e madre è rito sessuale, sogno ordinato, e scrive di... Pietra rozza | | | È rozza la mia casa e come roccia di cielo consacrata a tempio è immobile, infissa saldamente, e come Menhir è ricordo di simbolo fallico della mia esistenza. È Roccia di cielo sibilo mattutino ed estivo, caduto da Fosforo, soglia diurna, voluta dalla Bilancia, soglia notturna, voluta dal Toro. È dolce, è sensuale e materna e come piccolo benefattore con ali di seta costringe all'amore. È luogo d'incontro è logica idea di madre e antenata. Del nodo di Gordio È tagliente vento del Nord. |  Francesco Pasca –acrilico- Metropolis a cena (in casa di amici) | | | Occhi golosi, nascosti, furtivi. Foglie danzanti, mani impazienti per cibi fumanti; ricamati ricordi, ribollenti, scottanti. Soste allegre su stoffa piegata, Amici chiassosi, voglia appena bagnata. Sguardi pensosi e affanni lasciati, cristalli di sale dal mare creati. Umori preziosi, le ore , bandite; ora cercate, disposte, scandite. Danzano i gusti, i ferri, incrociati, sono segnati da gesti impacciati. La tavola è vuota ne vedo la fine, restano voglie... Solo, genuine. |  Massimo Pasca - disegno su carta pianto 2  Massimo Pasca -acrilico- pietà e, come il caos cacciato dalla luce ecco ricacciare la morte nell'oscurità originaria, nei confini della conoscenza immediata dove il Principio ostile ma presente è anche Principio complementare e come per un dio tutti esultano per quanto è stato prodigo il suo tempo. E scrive di un vestito di luce regalato dal Giudice della Verità. Quel “piccolo principe” di cui parlo ha voluto essere buono, ha tentato di riscattare le sue angosce, continua a servirsi di colori, di suoni, di poesie come ballate in boschi pietrificati dove logica, senso e non senso sono la sua linfa vitale. Ma… Non più | | | Fonti antiche solcano; accendono il primo dei pianti. Mani tese, cercano, succhiano, spremono rosoni di miele. Membra indifese. Vitali speranze, vagiti, sorrisi. Son fili esili e tesi di ragno ed Il cielo li strappa. Non più. Son nulle speranze, già accese, spezzate. Triste ma dolce è il passato; ora s‘attende che scorra. E Fonti Antiche solcano; è attesa di ritornargli vicino. |  11 settembre acrilico Massimo Pasca |