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Acrostico

Categoria: libri Pubblicato: Lunedì, 07 Marzo 2011

L’acrostico e - (è) l’armonia nascosta

da un nome e da numero.

di Francesco Pasca

 

“Non ci servono che due vasi: il primo é chiamato il vaso dell’arte ed il secondo il vaso della natura.  Il vaso dell’arte è l’uovo filosofico che è fatto con uno vetro purissimo di forma ovale...” (Huginus à Barmâ, Il Regno di Saturno Trasformato in Età dell'Oro)

Le ragioni di questo mio nuovo cimento è dovuto nell’essermi ritrovato con uno “strano” Colophon, che non aveva ragione d’essere poi così strano. L’apparenza primaria da sempre inganna. Il testo stesso, nella sua rigorosa logica esecutiva lo ha lasciato supporre. Si è abilmente sotteso e nascosto all’inganno.

Come nel famoso Acrostico ermetico del V.I.T.R.I.O.L. «Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem - Visita le viscere della terra, rettificando troverai la pietra occulta», così, con altrettanto invito si è disegnato il calligramma di quel cerchio, l’ultima pagina. Da qui l’inizio del mio percorso nel segno dei segni.

Letto e riletto attentamente è così che inizia. Da qui è l’inizio. Sono le radici dell’Albero della Vita che divengono il “trio vile” che unisce l’indissolubile, il divino con la “banalissima” terra e si fa fertile.

L’olio acido usato ed abusato per far lucida la saggezza degli illuminanti si è versato. Raccoglierlo è l’impossibilità di possederlo nuovamente integro. Come non amarlo e non conoscerlo per poi andare a produrlo, mescolarlo ad altri fertilizzanti per la mente, per l’utilizzazione di un acido solforico che non sia offesa. Il Vitriolo-Vetrolio nome assegnato ai solfati è nome di “olio”. Il suo nome deriva dal latino vitrum, “vetro”, per un’apparenza vetrosa ed (È) anche  “oleoso”, visto che, in vitrioleum, c’è vitri ed oleum, “olio di vetro”. Secondo Eugène Léon Canseliet (1899–1982) l’alchimista francese autore di un testo molto importante per chi s’addentra nei meandri dell’Alchimia-Magia e che fu discepolo di Fulcanelli, autore de “Il Mistero delle Cattedrali” con la prefazione illustrata  da Juliene Champagne e pubblicato in 300 esemplari nel 1926, il vitriolo sarebbe il vaso dei filosofi, il vaso della natura. Ed ancora, per chi ama la sua descrizione visiva è sufficiente vedere l’incisione tratta da Heinrich Madathanus, Aureum Saeculum Redivivum, 1618, e, tra le altre cose è reso evidente l’uso araldico delle forme e dei colori. Il triangolo dell’acqua è punteggiato ad indicare l’oro, il triangolo del fuoco è tratteggiato da segni orizzontali, e, come vuole l’araldica, è indicato con l’azzurro.Araldica, ermetismo e magia sono il triangolo ritto e rovescio, è la piramide che ha base ed apice, è l’ascendere e lo sprofondare.

Nel V.I.T.R.I.O.L. l’immagine fa più volte allusione alla cifra sette:”sette” lettere in “vitriol”, “sette” sono i pianeti ed una stella ha “sette” punte. Un tutto in cui l’astratto è pieno di concretezza. Il volume che non può sfuggire al bibliofilo e di cui è tratto quel colophon, ovviamente appartiene ad una copia di 333 esemplari. Soprattutto per i significati al di là del suo valore venale, il De Componendis Cifris o De Cifris, è il trattato sulle cifre di Leon Battista Alberti. Trattatisti, Poeti e Romanzieri e Artisti ne studiarono i sistemi con genialità sorprendente per annidarvi gli enigmi con “banali” dischi cifranti o con vaghi segni di superficie numerica. Da sempre è l’esigenza e, quindi, la nascita di un codice di sicurezza trasformatosi poi, non nella primaria esigenza, ma nella ghiotta licenza letteraria. Nel 1465, passeggiare in sovrappensiero nei giardini vaticani con la preoccupazione di portare in sicurezza la propria corrispondenza portò Papa Paolo II - Pietro Barbo- ad invitare Leon Battista Alberti e a portare lo stesso a studiare il sistema di de e crittazione, nonchè sottrarre le missive papali agli occhi degli exploratores, oggi li avremmo chiamati Hacker. Del De Componendis Cifris ne esistono oggi 15 copie manoscritte, conservate gelosamente. Fu stampato per la prima volta nel 1568 a Venezia in traduzione italiana con il titolo La Cifra, della sua importanza se ne iniziò a discutere intorno al 1900. Chi ha in amore questo testo non può che sentirne la voce come la sirena di Ulisse. Ecco allora non sfuggire al richiamo, ma ricorrere alla copia. Aloys Meister nel 1906 ha tradotto il testo dell’Alberti e lo ha ristampato. Il metodo crittografico con il suo disco cifrante ha iniziato con alterne fortune ad essere anche banalizzato. Dapprima se ne è dato luogo alla conoscenza di testo con sola versatilità letteraria. Mi occupo da tempo delle ubriacature alchemiche, dei segmenti dell’arte come apprendimento di un fare ragionato così come dello scrivere e, spesso sconfino in altrettanti segmenti frantumati dalle parole condividendone l’astratto esoterismo. Lo coniugo con quello strano bisogno metafisico del reale che viene chiamato “il segreto della ragione”.  Chi persegue, da subito, l’implicito e frainteso motto di Goethe: "tutto l'effimero non è che un simbolo", in cui si intravede l'universo intero in una Cosa “confusa et distributiva”, non ha potuto, immediatamente, andarlo a riferire all’acrostico. Quel “Confuso” per il suo apparente significato e per il “distribuito”, per la ragione che è divenuta connaturata e niente affatto strumentale, diventa il sortilegiouel sortilegio qqq di relazione e la convergenze tra componenti autonome. Chi traduce la produzione albertiana si trova, “semplicemente”, al dovuto, alla influenza misterica e alle sue dirette implicazioni e applicazioni, poi, meno semplicisticamente, ne avverte la sua indispensabilità e insostituibile certezza. Credo occorra valutarne la presenza, l’esigenza di quello stretto rapporto che a volte avviene tra arte ed esoterismo. L'iconologia in questo genere è l’inevitabilmente metodologia utilizzata. Occorre volgere quello sguardo iconologico al presente, alla ricerca del significato occulto nell'immagine parola con la ricerca di un codice e della sua forma mutante. Della forma mi sono occupato varie volte e soprattutto nell’andare ad individuare l'uso del codice in modo intenzionale ed intuitivo. Risultava evidente anche la forma interpretativa che non è certezza di un codice, ma approssimazione di un’idea. La chiave da me offerta, ad esempio, in quell’occasione, poteva essere una data, quella riportata in un complesso descrittivo di un racconto. Una data apparentemente lanciata fra le righe dava adito ad un risultato pensato in un itinerario spirituale, in un percorso iniziatico. Nel magico mondo dell’arte, chi, se non il massimo dei surrealisti, Andrè Breton, con “L’Arte magica”, uscito nel 1957, e pubblicato in Italia qualche anno fa da Electa poteva deliziarci con il suo significato di magico contrapponendosi apparentemente con il razionale di una modernità con un’arte altrettanto alchemica. Piet Mondrian, lo rassicurava con l’affermazione: «in fondo siamo tutti surrealisti.»  La stessa “anti realtà” di Duchamp, di Picasso e di De Chirico diventava la pratica d’insieme che reca il proprio sapere di conoscenza alchemica. Per ritornare allo stesso Breton, il problema veniva determinato da scelte poco definibili esteticamente, ma erano al contempo frutto di elaborazione e di una nuova forma di conoscenza. Breton ci ha consegnato il processo della realtà e la maniera di concepirla e percepirla nel nuovo restituendoci la centralità sia metafisica che razionale, andate perdute o dimenticate. É sempre Breton a suggerirci che Magia è: «una di quelle idee confuse di cui crediamo esserci sbarazzati», e che, di conseguenza, facciamo fatica a concepire. La Materia (È) oscura e vaga, eppure di un uso estremamente determinato.

Ritorniamo all’Alberti e al suo De Cifris,  la crittoanalisi del colophon presente nella copia del 1994, del composto letterario con tipi monotype del Cinquecento Garamond corpo 14 su carta della “Enrico Magnani” di Pescia in 333 esemplari, sono così suddivisi:5 con dedica ad personam, 30 stampati in tinta purpurea riservati ai raffinati bibliofili e marchiati da uno a trenta a piè di pagina. I rimanenti 1+297 per la serie completa. Questi i numeri, di cui la copia del trattato dell’Alberti, che consentono la loro definizione e da qui il concetto di cifratura. Così è definito il modo ed il Mondo, e, per giungervi alla corretta definizione di un “mistero” si individuano le sillabe ed il numero di lettere cui è composta la parola, inoltre, la cadenza del numero di vocali e consonanti. Altresì, si calcola la frequenza di tale accadimento, lo si interfaccia adeguatamente e, in funzione del numero di frequenze si ottiene l’acrostico. Questo è il percorso utile, ma anche ingannevole, e, per accertare questa via e quanto possa essere fuorviante occorre insistere. Tutto questo (È) nel gioco dell’acrostico, è nell’opportunità di precisare la risoluzione di un problema, di una cifratura. Questa fuorviante realtà si ottiene con la sostituzione polialfabetica o polinumerica (“cifrario” è la sostituzione che fa uso di un numero più o meno grande  e di alfabeti-numeri “mischiati”). La chiave più semplice è la sostituzione. Nel sistema polialfabetico avremo un alfabeto in chiaro o la più semplice disposizione alfabetica delle lettere, ad esempio, (A B C D E … Z) poi un alfabeto traslato con inizio, ad esempio, “F”, (F G H I L … E) ed ancora enne alfabeti traslati con inizio qualsiasi, ad esempio, (M N O P Q … L). Questo permette la scelta di un codice, in questo caso, di cifratura “FM” per crittare-decrittare un qualunque messaggio. Può esservi anche un polinumerico del tipo di quello formato da nove+1 numeri disposti su tre righe, il primo numero di ogni riga individua la pagina di un testo, il secondo di ogni riga segna la riga della stessa, il terzo numero la posizione della parola.

L’operazione può avvenire su più pagine, su più righe e su più collocazioni di riga. La più semplice delle cifrature è detta “di Cesare”. Questa si basa sullo spostamento di un unico alfabeto o successioni numeriche ordinate rispetto a se stesse e ricava da sé una chiave fissa. Più complesso appare l’indice “mobile” e “fisso” così come previsto dal cerchio dell’Alberti. Qui gli alfabeti sono mischiati ed il sistema di de e crittazione varia durante il recupero del testo, pertanto non è semplice scoprirne l’algoritmo. Naturalmente più sono gli alfabeti ed i segni utilizzati più si complica la cifratura.

Qui due esempi semplici. Uno di numerazione e un altro alfabetico.

Numerazione                           0123456789

La numerazione per “2”           2345678901

La numerazione per “9”           9012345678

La numerazione per “7”           7890123456

La numerazione per “4”           4567890123

 

Chiave                                     2974297429

Il numero in chiaro                           1946

Il numero cifrato è                            3810

Alfabeto

 

a

b

c

d

e

f

G

h

i

l

m

n

o

p

Q

r

s

t

u

v

z

Alfabeto per “c

 

c

d

e

f

g

h

I

l

m

n

o

p

q

r

S

t

u

v

z

a

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Alfabeto per “m

 

m

n

o

p

q

r

S

t

u

v

z

a

b

c

D

e

f

g

h

i

l

Alfabeto per “f

 

f

g

h

i

l

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N

o

p

q

r

s

t

u

V

z

a

b

c

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E

Alfabeto per “v

 

v

z

a

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c

d

E

f

g

h

i

l

m

n

O

p

q

r

s

t

u

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                         

chiave

 

c

m

f

v

c

m

F

v

c

m

f

v

c

m

F

v

c

m

f

v

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Testo

 

c

I

v

e

d

i

A

m

o

a

l

p

o

r

T

o

         

Testo cifrato

 

e

u

d

c

f

u

F

i

q

m

q

m

q

e

b

m

 

 

 

 

 

                                                               

L’utilità della crittografia e della crittoanalisi non si ferma alla sola analisi delle parole, ma s’addentra, come innanzi detto, nell’utilizzo, anche, del numero di vocali, di consonanti e di sillabe e, sulla loro quantità e qualità fonica. L’accorgimento che ne complica la cifratura è soprattutto nell’utilizzare gli omofoni (più di un segno per cifrare la stessa lettera) così come il trascurare le doppie e aggiungere-togliere qualche lettera, renderla nulla. (riferimento è al “nuovo” linguaggio utilizzato, detto “Let” e, per intenderci, quel linguaggio utilizzato dall’odierna scrittura es. (6belxqsto):“sei bello per questo”. L’arte più antica del mondo nei segni trova riscontro nel mondo della letteratura dove i segni convenzionali possono essere diversissimi. Lì avviene l’esplicito e l’implicito, lì è la traccia del processo che rende “Regale” la propria Sophia Poietica, l’oggetto che diventa l’opera da realizzare, farla cioè nascere come fattrice e renderla processo creativo. “Ceci n’est pas une pipe - Questa non è una Pipa” scriveva Magritte con il suo farci osservare di non poter adeguare la conoscenza alla realtà che diviene la sfera onirica e che può anche divenire l’esoterico, la speculazione di un’azione, la disciplina di un non comportamento. L’arte è filtrata dalla transustanziazione ed ha luogo. Nell’elaborare un acrostico, il fuorviare è nell’essere indotti a non escludere la sillaba, oppure le intere parole o le frasi di repertorio. È possibile trasporre, indicare, supporre. Occorre ricordare la costanza di una posizione, si può anche compilare una sorta di codice o di un concetto semplice scrivendone un altro, si può persino usare la scrittura dissimulata, si può, appunto, fuorviare. L'esoterismo della parola, in realtà, può limitarsi alla speculazione o all'azione, ovvero alla sua sophía etica, alla disciplina del suo comportamento fonetico. In definitiva, la maniera più semplice a volte ci sfugge, cerchiamo nell’impossibile e siamo deviati dall’idea che altri vogliono farci seguire e per sviare il nostro pensare.

Ciò detto, il cammino della parola attraversa la solitudine, spesso approda al silenzio. Se la parola si tace è perché se ne è "perduta" l'origine. Ecco allora cercarla al centro, lì dove il colophon in questo caso, dalla sua periferia, ci dice:“disveli il lettore l’acrostico che nel cerchio si cela”. Quantunque si giri intorno è dal Centro che occorre sempre dare l’inizio e con il perché di un 333, ma di questo …

Sarà un’altra storia!

Dimenticavo: nel “racconto” vi è celato il mio acrostico, lo di-sveli il lettore.

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