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la pietra di carta

Categoria: Uncategorised Pubblicato: Lunedì, 11 Febbraio 2013

La pietra di carta

 

 Tempo fa scrivevo ad un amico:
come ben sai non ho molto da fare. Ora che è estate ozio guardando il mare. Non godo del mare, o meglio, mi piace il mare come lo era da me vissuto una volta quando m’appariva tanto dinamico e utile quanto il mio mulinare o, per ancora meglio dire, quanto lo era il vortice che riusciva ad adattarsi a quel mare.
Roba d’altri tempi. Oggi mi accontento di guardarlo con la diffidenza di chi non ricorda e non più riconosce.
Quindi, eccomi qui a scrivere che è come oziare.

Le ragioni di questa lettera?  Ho appena smesso, finito e ripreso a leggere, ancora una volta, chissà se finirò mai di leggerlo e rileggerlo, l’Antonio Verri, il – Fabbricante di Armonia del 1998 per l’Istituto “Diego Carpitella”.  
Anche oggi, niente è nuovo sotto il Sole, che dire, l’ozio è per me oltre che scrittura anche lettura e, leggere, trovare, sai bene che è cosa cara.
Amo essere un “febbricitante fabbricante”, amo anche solo sfogliare i libri, anche quelli già letti, pagina dopo pagina.  Sfoglio così il mio ricordo, lentamente.
A volte, dal momento che, non è di solo lettura e si tratta anche di percorso dall’ultima pagina, a ritroso, leggo anche a ritroso.  Non mi sono mai chiesto il perché, forse questo è momento di chiedermelo? Questa domanda che è e diviene desiderio l’appunterò a parte, sarà altra scrittura.

Comunque, lo faccio da sempre e continuerò a farlo, non mi è fatica.  Suppongo, dal momento che sono qui a scrivere che, da un occhio al di là di un me, qualcuno dirà: “cosa cerca, di quale ozio importuna, perché  crede di oziare nel fare?” All’eco di quel dire, nell’immediato, risponderei: Forse sarà il tempo del nulla, m’annoia, quindi, ozio!...”

***
Così scrivevo e così continuavo per poi inerpicarmi a dire del libro che avevo fra le mani, che percorrevo. Quel percorso parlava di altri percorsi e prendevano il nome di: “Andando con Verri per un Salento di pietre”. Tempo ne è trascorso da allora e mi è toccato altro ozio, altri fogli, altre pietre da raccogliere, da raccontare, da mettere affastellate nella speranza che raggiungano il cielo, tutte in fila e rigorosamente in equilibrio e verticali.
Sebbene i titoli e i relativi loro contenuti, di quel che mi capita tra le mani, abbiano percorso circolare e mi ritornino come eco per altro oziare, questi, mi portano comunque lontano sino a raggiungere i confini di altre pietre, di altro stazionamento, di altrettanti ozi(i) dove, come meteore, schegge dell’universo, stelle cadenti si apprestano ad agglomerarsi in minuscole porzioni, in sciami, in polveri di Perseidi.  

Qui prendono luce, si infiammano come carta raggiunta dalla fatidica soglia di Fahrenheit.
Il ricordo estivo dei fogli di quel “Fabbricante di Armonia” diventa così una busta, un raccoglitore di mail con impresso sul dorso una MailArt-Spedibile, un “ON BOARD  - ovvero sul bordo vertiginoso delle cose”.
Rosso su fondo bianco: ANTONIO L. VERRI - Caprarica di Verri 24 febbraio 1949 – 9 Maggio 1993 – SCHEGGE DEL CONTESTO a cura di Francesco Saverio Dodaro e Maurizio Nocera; Lo scrivere di “… ora che il fiato lungo della morte …” a firma di Ada Donno; Lo schizzo a china di Rita Goffredo.
La normale e straordinaria (cum)fabuladi chi ruota intorno è un ON BOARD. Superato il bordo, aperta la busta, al suo interno le prime schegge del contesto sono di: Pazienza Gray, Wonder and de light; Antonio Cerfeda, Verri, Verri; Claudio Longo, Conversazione x Antonio Verri; Giuseppina Vincenti, qualcuno si rende conto; Mauro marino – Piero Rapanà, Fate fogli di poesia poeti!
La busta si integra per un totale di 68 testimonianze d’Autore numerate da 1 a 70 e nel colophon recita:  Ogni Autore ha fornito ai curatori 70 copie della propria Opera.
Sono fermo ancora una volta con la particolare necessità di quell’oziare:“
Andando con Verri per un Salento di carta, di stelle che tracciano l’orbita da SUD a SUD”.
Il Titolo mi è apparso ancora una volta circolare. Motivo: forse per altra attenzione, tant’è che ho rimesso e rimosso al e dal cantuccio delle mie idee, dove lavoro, l’ultimo episodio di scrittura diversale.
La magia delle nuove Perseidi mi ha aiutato e mi ha fatto trovare nell’ozio assoluto, che è divenuto manna dal cielo, l’andare ed il tempo del leggere in quell’inseguire un Salento da MailArt.  Quell’oziare mi è sembrato il massimo di qualunque fabbricare.

Leggendo ho veduto Antonio accondiscendente in quella stranezza.  Da uomo del Sud, è stata la certezza. 

L’ho veduto sicuro del suo percorso, certo nell’aver affrontato la morte come il diverso, il nuovo, anche se da altri già descritto, vissuto. Ho veduto Antonio metafora del suo stesso ignoto, metafora di un attraversamento da “BelloLuogo”. Ho veduto Antonio accompagnato da chi sa, da chi come lui è espertissimo a leggere le pietre mutanti se si è sdraiati sui muretti a secco, se si è su pietre di pajare-nido o su parti di mondo di chi sa controllare il colore, di chi ha spalmato l’argento secolare sugli ulivi, di chi sa per quel percorso.
Ho veduto Antonio abbracciato ancora ad un menhir, all’albero di pietra millenario.  Ho veduto Antonio scritto e descritto. Il rito della Madre-Pietra è stato l’abbandono nel grembo di una “Madre-Neolitica”.
Il grande Utero, la “Pietra” della fertilità a Terenzano ha partorito e al contempo sotterrato ancora, come sempre. Suo è stato il rito, suo l’appropriarsi di una letteratura che lo vedeva Ulisse unito ad altri Ulisse. Mi sono chiesto, dov’è per Antonio, oggi, il mare? Dov’è la pietra di Sole? Dov’è Il suo ozio? Come si ritorna alla normalità e dov’è chi non sa comprendere oppure dove sentire la risata della nuova attrazione che è morte. Ho percorso i 70 protagonisti di un dolore scritto su pietra di carta, quella arroventata da un’eruzione.
Ho veduto Antonio dialogare con Augieri nel ricordo; ho “ascoltato” i voli di Balsebre; Ho aspettato Antonio nelle parole di Giuliana Coppola; ho seguito la linea di De Candia; ho letto di un soffio di vento in Rita Guido;  ho onorato il santo bizantino di Costantino Piemontese; ho decifrato i pittogrammi di Coriano; ho attraversato il “disordine” di Francesco Saverio Dodaro; ho fatto la mia rivoluzione intorno al sole di Enzo Miglietta; ho sentito il frusciare della civetta di Silvio Nocera e dell’angelo di Lucio Conversano; ho incontrato la genuina ingenuità segnica di Pitardi; ho attraversato la trasparenza nera di Fabio Tolledi;  ho anch’io spedito la mia e-mail mentale ad Antonio e continuerò, magicamente, anche se offuscato dalle “Pietre di Luna”.
Ma all’amico a cui scrivevo da quel pacifico ozio, dal mio mare, oggi, dall’equilibrio di un altro “On Board”, da quel mio probabile precipizio cui rivolgevo  il grazie per un donooggi è l’uguale grazie così come lo fu per il – Fabbricante di Armonia del 1998 per l’Istituto “Diego Carpitella”.  È  l’identico per quei primi quindici righi del suo primo capoverso,  per quell’incipit di quella lettura.
Allora fu un aprire gli occhi ai gesti dove apparentemente l’uomo parrebbe uguale, è uguale, ma a differenziarlo rammento  il come.
Scorgo ancora la banale ritualità che riesce a trarre racconto, poesia. Scrivevo:
“… Sono rimasto scosso per come sei riuscito a ricreare, da una situazione quotidiana, ripetitiva, il poeticamente più che plausibile.  Mi sono perso fra i tuoi calzini, i tuoi libri, e, sono stato costretto a spostare, io, quella colonnetta, ha cercare a tentoni l’individuare  qualcosa.
Ho sentito la tua breve coscienza di un luogo circoscritto al tuo quotidiano  che si apprestava a prendere coscienza di un Luogo molto più importante, ma altrettanto coinvolgente come sarebbe stato quell’altro Luogo che t’apprestavi a percorrere con Antonio, per quel  Salento, per la via, per il Sud. Non mi è stato “Strano” che, tu, nel secondo capoverso iniziassi con “Che Strano!” Mi ritrovo. Ti vedo accondiscendente in quella stranezza.  Per un uomo del Sud è certezza. Sicuramente non finirai mai di parlare di Antonio, di altre cose, di tutti. Molti ancora attendono di sapere.
Riprendendo su quell’andare a Specchia dei mori, o del serpe nero, o di qualunque altro appellativo che ne ricordi, leggo che ne ritrovi sempre e comunque la magia di quel luogo; si sa che per voi poeti come per i luoghi anche la parola stessa è magia.
E, la magia, è anche rito, e voi non potevate sottrarvi, né mai ve ne siete, al rito della Madre-Pietra. Due rituali uguali, ma con due sospiri diversi. Due lunghi abbandoni nel grembo di “Madre-Neolitica”.

Due uguali attese che vi condurranno lì dove è l’unica strada percorribile, quella fra fichi d’india, pajare e muretti a secco, sino al cospetto del grande Utero, la “Pietra” della fertilità a Terenzano.

La “corea” di cui parli, (non so cosa esattamente sia). Se cosa diversa da quel che penso me ne descriverai il significato quando avremo l’opportunità di vederci. Sono giunto anch’io a metà percorso, ma del tuo racconto, e mi fermo ad immaginare quanto da te descritto per superare gli ostacoli, nell’arrembare l’altrui proprietà.

E’ una gioia di gesti, un non sentire il peso fisico dell’amico. E’ una girandola di eventi anche clowneschi, un grande Gioco. Come in tutti i giochi c’è la felicità. Infine, la “Pietra” è vostra.
Vostro è nuovamente il rito, vostro è l’appropriarvi coi gesti di una letteratura che vi vedeva come due Ulisse uniti in un unico Grande Ulisse, quello di Joyce e di Omero. Anche la moneta di carta, allora la lira, nel gesto di Antonio era metafora, forse, era dare valore al Tempo, essere consapevoli di saperlo spendere, riceverlo in cambio.

Ahimè! A lui il Tempo non sapremo mai,( lo sapremo? ) se è stato tanto quanto ne ha speso o troppo poco. Il Tempo per l’uomo è sempre breve. Probabilmente per Antonio è infinito.

Sono alla fine del tuo racconto ed alla fine della mia lettera. Ora ho davanti  la descrizione geografica di quei luoghi. Essa spazia da Ortelle a Poggiardo, da Vaste a Sanarica, da Vignacastrisi a Giuggianello (provengo da quelle terre). Sono nei pressi dello Scannatoio-Vorace, di quel nomignolo dato da Antonio, “Grande Vecchio di Pietra”. Assisto come abitante indiscreto di quel luogo al vostro Terzo Rito, alla fine delle vostre tre fatiche, come quelle di Ercole descritte nel fregio della fontana greca di Gallipoli. Tre cammini iniziatici, tre pratiche per giungere all’illuminazione, alla fusione totale nel Sud del Sud di se stessi. Sono lì a chiedervi “Chi siete?”, “Che ci fate qui?”.

Sono lì a far finta che, di un fortuito caso si tratti, non di un’iniziazione. Tutto come sempre, dopo, ritorna alla normalità e c’è chi, non comprendendo, sentirà la risata di Antonio.

Caro Maurizio, ho scritto nell’ozio e se avrò il tempo e l’attrazione continuerò a sostarvi.”

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