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Transumare la Storia

Categoria: racconti Pubblicato: Martedì, 05 Ottobre 2010

 

Transumare per Causa

 

 

 

La Nuova Causa si dibatte su opportunità tra Ragione e Regione in una storia che intravede divisioni ed accorpamenti. Ritornare in ciò che ostinatamente vogliamo ridiventi un “Nostro”, un “Mio” sempre più piccolo. Questo modo, questo “nostro-mio” non è lungimiranza. Credo si dimentichi un “Mare” che già unisce e che abbraccia due volte, a tenaglia per stringere, per unire meglio la Puglia. Tre, quattro, cinque e più volte con il resto che chiamiamo Italia. Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna, l’intero mondo italico è già diviso dai tempi di ieri, ma non è più frammentato nei tempi dell’oggi. Sento che è unito dalla storia anche se ambiguamente in un non corrispondente.La Storia ha saputo fondere il nuovo e il diverso anche attraverso il differente e l’improbabile senso dell’uguale. (Siamo già profondamente differenti dal nostro vicino di casa, di pianerottolo.) Perché vogliamo, ancor più, essere diversi dai padri e dalle madri dai figli e dai fratelli? Taras sul delfino può attendere nel suo stesso “Mare”.

Transumiamo per i tratturi della storia è ritorniamo a viverla e a non frantumarla. Andare per pietre è passare da memoria in memoria. Spesso, di qualcuno di questi Oggetti ci si dimentica ed è così che vengono accolti in maniera strana, desueta nel loro e nostro oblio, dalla sonnolenza del tempo. Accade. Dipendendo dall’imprevedibilità associata al contingente, da qualcuno di questi frammenti ecco che parte un silenzioso allarme e, via via, diventa voce incalzante, insistente ascolto per alcuni cantato. É così che da quella scheggia di tempo vieni risvegliato. Calpestiamo da sempre il Tempo, lo ripercorriamo involontariamente mille e più mille di mille volte con passi di uomo tecnologico disattento, poi, improvvisamente, iniziamo a viaggiare su quell’assenza ed essenza dimenticata di Storia alla scoperta di un meglio comprendere.

Chi “conosce” si dice che già sa, ma quanto e cosa può essere la distanza, l’intorno fra sapere e conoscere? Sotto i nostri piedi o alla vista dei nostri sguardi volontariamente o per ignoranza o per altrettanta non curanza nascondiamo o si nascondono le pietre di ieri. Quelle alla vista dell’oggi sono Oggetti dalla memoria incantata, dalla voce muta e dalla vista e vita lunga che fanno spazio nella curiosità assopita di altopiani e declivi, sommersi nei rumorosi e numerosi percorsi affollati da vite frenetiche e rombanti di nuove civiltà, negli incavi di rocce a ridosso del mare e addirittura nello stesso mare, nei laghi. Se per un istante ci si fermasse ad osservare, ascoltare i segni della storia, ci ritroveremmo come nel film ad essere un Benigni ed un Troisi catapultati nel passato meravigliati d’essere immediatamente preda di chi vuol farci vedere, attraversare quel tempo, chiedendoci “due Fiorini”. Al di là della sorprendente comicità di un capolavoro indiscutibile del cinema italiano è così che inizia un interesse, una storia.

Qui l’interesse non è del ‘400 ma molto più indietro; qui occorre non solo fermarsi, ma anche farsi incantare e dialogare non dalle e con le sole persone, ma anche dalle e con le pietre. Sentire la loro fissità visiva è cercare, voler ritrovare quanto si può ancora leggere fra le soste, fra le pietre. Le città, i luoghi dalla memoria transumata sono dei piccoli grandi incantamenti con il loro centro gravitazionale. Non così stranamente gli oggetti di quei centri ci attirano da sempre verso quel nucleo magnetico. A volte può anche essere l’inesorabile declino o l’allontanamento per decadimento ad attrarci. Infatti ogni luogo ha una storia a sé, anche se l’imbuto al quale è andato incontro è sempre l’identico, quello dell’inesorabile disuso o del continuare con altri accumuli di storia su storia. Le stratificazioni sono diversificate e spesso dedite alla totale cancellazione del preesistito. Per tutti, così, quegli oggetti svaniscono, galleggiano nella storia senza peso e sostanza, magari sono fantasmi dichiarati e scritti su pagine di fantasie supposte. Luoghi oscuri sottratti alla luce di tutti. I Libri, le riviste o quant’altro è utile alla curiosità o allo studio non sono sufficienti al conoscere. Libri che trattano argomenti stratificati nei sottosuoli o nella nostra memoria si leggono da sempre. Per continuare a dare testimonianza occorre stamparne sempre di nuovi, aggiornare con scrupoloso amore, dedizione maniacale. Precede quest’atto il selezionare, il catalogare, il fotografare, il ripercorrere vecchi e nuovi territori ed aggiungerne circostanziate elaborazioni. Tutto il processo è dare sempre più testimonianza di civiltà vicino alla nostra cultura, rapportarle alle lontanissime e poi ritrovarle coincidenti sia in episodi che in manufatti. Non è difficile trovarsi con segni che si ripetono per tutte le civiltà o dalle quali sono individuabili le chiare somiglianze.

I Segni archetipi e archetipici sono l’evidenza. Ad esempio quelli del nostro territorio, quelli delle civiltà italiche del meridione ci dimostrano un percorso di individui spesso caparbiamente preposti a creare differenze, a determinare civiltà diversificate per culti o economie di mercato, ma altrettanto affioranti e sovrapponibili sono le evidenze nei sogni, nei segni e nei bisogni di altre civiltà. Lì dove non vi è stata guerra o scambio culturale, lì, si individuano le fantasie spesso coincidenti. Indagare tra le civiltà messapiche, magno greche e romane è individuare le loro appartenenze territoriali, percorrerle ancora più indietro nel tempo e, diminuendone sempre più quelle differenze, si può persino giungere a nuclei, a forze umane molto circoscritte. Così i percorsi e quei periodi, quei territori, dal paleolitico al neolitico sembreranno fatti di un passato molto più a noi prossimo di quanto le migliaia di anni ci facciano supporre. La regola è saper scindere, mentalmente, quanto ci si predispone nell’attraversare un territorio, a non esserne mai influenzati e fare delle proprie inclinazione il valore aggiunto reso compatibile. Possibilmente, non farsi prendere dai propri saperi o visioni parziali. La lettura, la catalogazione e quanto altro andrà a contribuire come ulteriore notizia deve essere scevra da pregiudizi e ricondursi in maniera filologica ai già certi risultati. Se state leggendo quest’articolo è giunto il momento di partire insieme e percorrere quei territori che per convinzione, per lavoro o per curiosità, ci portano a curiosare in una ulteriore informazione archeologica dal titolo, presumo accattivante: La transumanza tra Siti archeologici nell’Italia meridionale. Faremo anche delle divagazioni per rendere più umano il transumare nella Storia e nella Memoria. Iniziamo. Proviamo ad entrare in un museo o lì dove sono raccolte le cosiddette testimonianze. Da Bari, dalla rassegna archeologica: «Ambra per Agamennone. Indigeni e Micenei tra Adriatico, Ionio ed Egeo», presso il palazzo Simi, sede della Sovrintendenza archeologica, iniziamo l’itinerario proposto. La sede è scelta dagli studiosi per farci conoscere ad esempio i traffici nel mediterraneo agli inizi (2000 a.C.). Appuriamo subito quali tipi di scambi commerciali sono avvenuti con i micenei attorno al tardo Bronzo (1300-1100 a.C.). Vediamo le ceramiche micenee importate o di produzione locale.

Percorriamo le popolazioni interne sino alla formazione delle culture enotrio-italiche. La mostra è il luogo dei luoghi, l’unico contenitore capace di unire l’impossibile, di disporci di fronte alla storia che cambia, che è cambiata attraverso la testimonianza dei reperti che narrano la vicenda dei Micenei e che la datano tra il 1600 ed il 1100 a.C. Sono Presenze non casuali se le vediamo segnate con argomentazioni grafiche tra loro molto simili. Sempre meno casuali se le mercanzie e le innovazioni tecniche le vediamo barattate con materie prime, minerarie o alimentari. Ancor meno casuali se le rotte coincidono con Roca, importante e suggestivo insediamento oggi archeologico, ma ieri ricco porto presso Torre dell’Orso nel Salento. La via dell’ambra, come tant’altre vie segnate dai bisogni uniscono i popoli e lì dove non li uniscono sono le guerre con le conquiste a fare altrettanto. I frammenti di ceramica egea se li sai interrogare possono raccontare. Nel palazzo Simi 360 reperti molti dei quali provenienti dal buio dei magazzini della Sovrintendenza oggi sono lì riportati alla luce di tutti. Anche la città di Atene con il suo museo dell’arte cicladica è lì per meglio farci interpretare quella loro e nostra civiltà; ha momentaneamente prestato le proprie collezioni nazionali. Noi passiamo da sala in sala, qui, in punta di piedi a magnificarne i significati. Siamo predisposti ad azzannare anche noi, come il rappresentato logo della mostra, sigillo miceneo in corniola, un cervo. Il nostro cervo è la Storia. Si sa, la nostra Puglia inizia a nord, dal Gargano, e si allunga sino a Leuca. Si allarga, sempre a nord, geograficamente con altri confini. Il confine più importante è comunque il mare, il corpo blu del nostro territorio.

I percorsi spesso non sono obbligati, ma possono essere e divenire anche occasionali o quantomeno subordinati da una geografia che, certamente, in quel tempo, non è quella dell’oggi. Ecco allora che a Nord, pare, si siano incrociate popolazione più arcaiche, lo testimonia il sito di Coppa Nevigata (presso Mattinata) inizi del 1600 a. C. Più a Sud il contatto con i Micenei è dato da una pratica più «egea», quella di ricavare la porpora dalle murici. Ma sono gli approdi come lo Scoglio del Tonno presso Taranto e il già citato luogo di Roca in Salento ad offrire i maggiori indizi della presenza dei Micenei. Di Roca sono presentate immagini chiarificatrici di vita quotidiana. Possiamo apprendere come veniva consumato del cibo, quale il lavoro e gli strumenti, quali le attività artigianali. L’ornamentazione personale nella gioiosa vita quotidiana o nella rituale testimonianza dei riti funebri. Utensili pratici per fabbisogni quotidiani quali: Pettini, punteruoli, asce in bronzo, lisciatoi sono le diversificazioni del fare, dalla difesa all’offesa; l’ingegnosità degli stampi e delle matrici in pietra refrattaria per fondere il bronzo e ricavarne gli utensili più vari; le frecce, le lance, martelletti, coltelli e punteruoli. Tutto è rigorosamente ricondotto ad uno stile inconfondibile e alla puntigliosa operosità creativa di quella civiltà. I motivi dapprima geometrici diventano naturistici, s’aggraziano e rendono luce nei grandi e piccoli vasi figurati in cui scorre la narrazione del mito, il racconto omerico di un Agamennone e di un Menelao; la narrazione della intrigante Elena, di Ulisse ed i suoi viaggi e poi ancora le immagini di un Aiace e Patroclo. Bella ed avvincente la storia. Così raccontata, la ritroviamo con le esili e particolareggiate figure che diventano traccia di popolo che s’intreccia con il nostro, con Taranto, con Roca e le officine limitrofe nelle quali si disegnano le impronte di appartenenza alla tradizione figula locale. Crateri, idrìe, cantari, olle, ornamenti, pietre sagomate ed incise scorrono davanti ai nostri occhi, scorrono per farci gustare la narrazione mitica degli eroi non solo micenei. La presenza di armi e vestimenti sono l’ulteriore testimonianza di scontri tra indigeni e Micenei. Sono presenti oggetti bellici diversificati e di chiara appartenenza ad ambedue gli schieramenti. Ma l’indizio più importante dove occorre fare assoluto riferimento è la ceramica. Qui la scelta di vasi, la svariata forma e grandezza dei frammenti e delle ricostruzioni è sufficiente a testimoniarci grandezza e maestria. L’altrettanta scelta nella lettura è data negli oggetti che furono scambio. Grandi e piccole anfore decorate con caratteristiche spirali dipinte sui dorsi, le stesse che si incontrano a Micene e ancor prima a Creta.

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