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nevruz

Categoria: musica/spettacolo Pubblicato: Giovedì, 09 Dicembre 2010

Il favore del pubblico e il dark Nevruz col male (inedito)

tra "Male reale e Male virtuale".

di Francesco Pasca

 

nevruz

(Marilyn Manson) (Nevruz)

 

Sapere il tuo nomignolo, la razza o la specie, è sapere.

 

Definire se si è nani, giganti o se si è pura fantasy, se si è sessualmente appetibili, magari sapere anche dove vivi e come vivi nel tuo abbigliamento, se il tuo segno particolare è un pregio o un difetto, se hai Obiettivi da raggiungere, tutto questo è per te la serata trionfale in un "X Factor" o in un “Amici”.

Questa volta, il Clown rock detto lo storpiatore, ancora una volta, è il talent targato "Mamma Rai" che parla modenese. Nevruz Joku è il “Vasco Rossi”, il Marilyn Manson di ultima generazione, è il “voglio una immagine spericolata” mal tradotto in “Tra l’amore e il male” a firma sua, di Saverio Grandi e Bungaro (del trio con Marco Conidi e Rosario Di Bella). Nevruz così raccontato sembra la vera rivelazione. Il 26enne di Cavezzo “è” e diventa il personaggio. Il Perché si sia presentato con una maschera e come una maschera, probabilmente, è dovuto al dover cantare le canzoni degli altri. Ma Nevruz ha anche un animo rock oscuro, un po' dark, è il «brutto sporco e cattivo» della commedia dell’arte cantata. X Factor di Mamma Rai e lo staff dei modellatori lo hanno intuito ed eccolo qui il concorrente dall’apparenza trash (si era presentato così nella sua prima Kermesse da Fascino attrattivo). Più è sgangherato, più è meno dotato vocal-mente e Vocalist-icamente, più si può costruire, avranno detto. Infatti, lo costruiranno sin dal debutto con una canzone difficile (Se telefonando di Mina). Sorprendere è la cultura dell’oggi. La chiamano “quel trovarsi” tra il mix del metal e l’hard rock che, sembra essere, è, il grado termometrico per conquistare il pubblico. Pare che il conduttore Elio (quello delle storie tese – mi meraviglio del suo non coraggio, della non scommessa) abbia inteso raccontarci che: ancor prima di costruire occorre vivere; che agire è comunicare attraverso un carattere; che occorre avere gli istinti; che è necessario estrarre dal sociale e dal linguaggio il resto. Sembra tutto vero, ma tutto appare e non è. Elio ci ha raccontato che il personaggio non siamo noi e non è da confondere coi loro piaceri, e, che, i nostri pensieri, o i soli nostri piaceri, o i nostri limiti non sono dall’altra parte. Essi sono i limiti di un se stesso andato in fondo ed oltrepassato, sono di fatto i propri limiti e i nostri pregiudizi. (logicamente si riferiva al nostro intorno televisivo, forse, alla famiglia allargata del piccolo schermo.) Per questo e per tant’altro, la nostra cultura ci porta con l’inesorabile affrettarsi verso l’atto creativo. La sovrabbondanza mediatica ci sovrasta come un qualsiasi rifiuto metropolitano che nessun inceneritore più digerisce. Costruire personaggi, pur non essendo mai stata cosa semplice, diventa l’atto risolutore e deve essere in-credibile. Si costruisce e si disfa. La saggezza primordiale del proverbio, per noi Salentini così recita:“Ci fabbrica e sfabbrica mai tiempu perde”. Il senso italiota è di facile costruzione, ci indica ancora la nostra provenienza culturale dalle popolazioni di lingua greca, ci continua a ricordare d’essere colonizzati e distinti dai popoli italici autoctoni. (un problema da risolvere, a parte).

Intanto la televisione è l’amalgama di noi piccoli spettatori coadiutori, è colei che fa incontrare la moltitudine del più prossimo dei futuro-futuri, il perimetro in cui immergerci, anche se recalcitranti o accondiscendi lo vogliamo a fasi alterne. L’Artista vocale subisce in prima persona tutto questo. Il brutto anatroccolo rischia di essere ritrovato rinato in uno splendido cigno, trasformato in prodotto editoriale. Ad occhio e croce direi: ‘cosa ben diversa dal prodotto culturale o quanto meno non coincidente.’ Sebbene abbia esordito con l’inesorabile affrettarsi, andiamo per gradi. Iniziamo col dire che vi è l’illusione di un pubblico ipercritico (piuttosto, direi propenso alla noia), ma comunque “attento” allo stroncare o all’accettare sul crescere, con critiche fatte col gusto di farle. Il “poveraccio” di turno è il nick name dello spettatore al di qua o al di là dello schermo, lo è per l’anonimato che riveste, se s’azzarda ad analizzare con vera capacità un fatto o un personaggio, è nei guai. L’esperto in giacca e cravatta variopinta, pizzetto e capigliatura svolazzante o impomatata cerca il disconoscimento della massa, pensa, suppongo che i suoi vicini di casa e qualche altro intimo amico sono lì con il fiuto da editore. Per fare capire chi è dentro o fuori della musica deve costruire non le parole ma l’abito in cui verranno dette. Più è scomodo l’abito più vi sono probabilità di vedere. Il prodotto finale è parto pilotato è concepimento di mercato. Naturalmente, ritmiche, suoni e testi sono le parole, il marketing. Le regole si scrivono, si cuciono come gli abiti e gli atteggiamenti di ogni singolo autore. Tra il melodico-sublime e il maledetto romantico si interpone una gamma infinita di un durare e di un perdurare più o meno complessa. Durare sembra la chiave. Durare nello sfonadare è, azione del non nell’aprire, è un po’ meno del meno. Il gesto, il suono, la parola, che ha da unire, si disfa come l’odore, scompare come molecola, si diluisce come per un farmaco omeopatico. Ho voluto approfondire l’altro aspetto, le parole e i suoni che s’accompagnano. Ho cercato la clip dell’ultimo pezzo cantato. Ho dapprima, mentalmente, rivisto lo schema aureo adottato nella musica leggera, questo: durata complessiva, sui 3 minuti e mezzo. Introduzione strumentale (max 20-30 sec) poi prima strofa. Attaccare subito il ritornello (il refrain) poi ancora la seconda strofa con a seguire il refrain. A questo punto il bridge (letteralmente, "ponte") che indica una transizione formale, la ripresa strumentale della strofa. È qui il contrasto tonale, lo spostarsi su un altro accordo fondamentale. Nel costruire, spesso si prosegue con il ritornello ripetuto più volte, poi è il finale sfumato o la coda strumentale. Per me che ho vissuto la stagione degli “scarafaggi” ricordo che lo schema su riportato iniziava subito dal ritornello. Chi non ricorda “she loves you”? Dice la mamma dell’anatroccolo: «Il sogno di mio figlio è sempre stato quello della musica. […] Nevruz è nato a Caserta ma all'età di tre anni lo portai a Modena. Il papà è della ex Jugoslavia mentre una sua bisnonna era di origini turche. Da tutti ha preso qualcosa per conservare il suo spirito libero». Ma libero da chi, se è in trappola “Tra l’amore e il male”? Libero da Vasco con “Ti prendo e ti porto via”, con “Buoni o cattivi”, o è, il o “Un senso”? Ah Nevruz! Il tuo passo è breve o lungo? O per dirla alla Maionchi, hai smesso di fare versi strani? Per tua fortuna sei vittima, ma non farti complice.

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