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LPN

Categoria: Uncategorised Pubblicato: Martedì, 08 Settembre 2009

 

L.P.N.

di Enzo Miglietta

 

 

 

LA PERDITA DELLA PAROLA

O

ARTE DALLA SPAZZATURA – PSEUDO

 

Credo che intorno al 30% di ciò che si compra, oggi, vada in poco, spesso in niente, allo scarto, sia da roba di alimenti, sia da soppalco o di parata. Tutta roba di pronto consumo vestita di eternità, neanche perennità. Di essa la finta eternità va subito alla finta banca, i bidoni della spazzatura e fiancate, sempre ingombre, specie nei “festivi”, di “non entrante dentro” che, pure, entrerà.

E poi le spazzature o i rifiuti oggi sono il peggiore problema che ha a che fare con la soprav­vivenza in fondo e subito dopo la decenza. E' il problema mondiale delle scorie o residui bellici e parabellici o industriali e para, fino alle montagne o fogne degli oggetti e loro porzioni, o frammenti, da far sparire, riciclabili e no: a che la raccolta differenziata di vetri, carta, plastica, pile, eccetera?

Nel rinnovare la casa o lo studio, il negozio o la fabbrica, per tantissime ragioni, molta roba usata, da scartare o sostituire, forse neppure usata, si trova; non solo, ma con l'avanzare negli anni gli uomini, da bambini/e o ragazzetti/e, poi giovincelli e uomini o donne fatti, si lasciano sempre indietro ciò che fu "sommo diletto" - da buttare ora. Certo c'è pure chi non ha il pane, ancora oggi, e tanto meno i giocattoli o vestiti da smettere con facilità o da appena coprirsi ossia roba da rifiutare; però è una strada difficile da seguire, anche se ultimamente molto si tenta di fare per il recupero del rifiutato, o spazzatura, anche commercialmente, a favore di "popolazioni indigenti". Ma non è che il grosso. Il minuto, il veramente consumato, e non più atto, c'è pure, e quindi per forza deve andare al bidone, per altre destinazioni, cenere generalmente o ricchezza orientata, se possibile, certamente, ma c'è una possibilità di altro recupero, in alcun modo?

Ecco, agli inizi, non c'era questo tipo di impatto come fatto/problema, oggetto/problema. Oggi è l'usato e smesso, nell' operazione rifiuto, o necessità o meno del rifiuto, che chiede riconoscimento, interpretazione, comprensione: - valorizzazione diversa.

Si può, ad esempio, fare arte con gli oggetti rifiutati, col loro modo di parlare? e mostrare?

Forse una pseudo arte, perché ne risultasse un discorso, diciamo, senza autore singolo, o con autori in erba, un discorso di più, riciclabile in un discorso di recupero o salvaguardia, intrattenimento a favore di un oggetto qualsiasi casualmente, per errore o coscienza, rifiutato?

A questo punto guardiamo un altro angolo dei rifiuti, quello della parola che si va perdendo.

Non è vero, si dice: chi non scrive oggi, che usciamo tutti dalle scuole con la tendenza più o meno, l'obbligo, a esprimerci dire la nostra, colloquiare o gridare, interrogarci e pure risponderci ?

Dove sta la perdita della parola?

Appunto in questa inflazione dell'Arte della parola, come di quella del pennello e sostituti o integrazioni, dello strumento e della scala musicale, come del corpo umano e suoi prolungamenti, o dei diversi materiali del mondo. L'inflazione, la degenerazione, l'uso ,e disuso quasi nello stesso tempo, lo sfruttamento e il rifiuto a breve distanza. L'evoluzione? Sì, è una evoluzione verso il fuori da sé: il video, il cervello elettronico, lo spazio, una seminagione in campi incolti, appena appena arati. L'inflazione della parola persegue la comunicazione altra, per segni suoni e colori e forse anche parole, via la punteggiatura e le pause, la riflessione ossia, l'io. E' la faccia dei tempi che corrono ? Sì, è un rimescolio generale dell'uso delle parole e delle cose da esse identificate, che nell'individuo si va perdendo, non nel potere e nella massificazione; per questo cresce falsa nel potere, la parola, e squallida nella massificazione. Il "Villaggio globale" delle plurinazionali del potere sempre più centralizzato e uniformato, irretisce, riduce al silenzio, che non sia il verso del pappagallo o del succube video – stampa - mercato dipendente. Un esercito di scrittori o comuni viventi, e artisti neppure artigiani, ma nullificato, l'esercito, nella enorme e anonima massa degli imbeccati.

Compra compra, consuma consuma, grosso e più grosso, così e così ti va bene; cosi ti va meglio, così meglio ancora, così sei magnifico, te lo dico io……..(il padrone)

 

E io, noi voi cresciamo su questo indottrinamento, persuasione occulta, da cui dipendono i nostri divertimenti e i sogni, su notizie informazioni novità scoperte rapide e facili a mutare così com'è facile premere un tasto. Tutto al vento che corre e travolge. Poche sono le voci e fisse le parole dei pochi

 

(stampa quotidiana e' permanente, radio, t.v. e internet, ultimamente...) a una folla, folla di in-culturati /a-culturati compratori per l'olio del denaro sempremai insufficiente/sufficiente.

Nella massa ognora presente del mondo l'individuo, che una volta nel suo processo di auto costruzione e nel suo "borgo natio" era o si sentiva qualcuno, adesso è demolito, ha solo voglia di ripetere per provare, gridare per sovrastare, rubare per emergere da così gran massa di produttori più falsi che veri, e pure invano, per lo più.

E allora si chiude la televisione e si straccia la stampa e ci si ritira in campagna ?

Ce n'è ancora tanta gente per le valli e per i monti, per i mari, isolata, pacifica, silenziosa, indigente. Le apparenze prestate all'inganno cedono alla parola-copia, alle poche parole comuni. La perdita della parola, uguale a le molte parole dei pochi sopra le poche parole dei molti.

E perdita della parola è la tua, sÌ. Proprio la mia soltanto? Quando entrava in funzione la scuola per tutti e cresceva cresceva il numero dei poeti scrittori letterati artisti, e si diffondeva il computer ed, era l'avvento dell'immagine facile e dell'azione, del corpo e degli oggetti vari, in copie e originali; e diminuiva diminuiva diminuiva il numero dei lettori, sempre più impegnati a correre per stordirsi?

Grandi passi verso la perdita della parola/pensiero, parola/uomo - individuo. Deve essere la parola­fatto, dicono, la parola-atto, la parola-merce. Non dormite nella riflessione/esposizione, forma/contenuto, personale/impersonale: finzioni tutte. Parola - mondo, sì.

Nella spazzatura altra è perduta l'essenzialità dell'alimento e anche del "confort"; nell'uso sparso medio della parola se ne va perdendo, o è già perduta? la stessa essenzialità, il necessario. Siamo al super uso inutile, al decoroso massificato, convertibile a gara, rapidamente aggiornato.

lo sento il falso della informazione continua da fonti continuamente varianti, o aggiornate, cangianti, false anche, per interessi, praticità, motivazioni varie accreditate alla stessa cambiante massa: E' quel che volete voi, che noi vi diamo - noi siamo innocenti.

E tu non leggi, non stai, non pensi; corri vagamente dietro una notizia volante, di cui il contenuto corre; non sei nel di dentro tu, pro o contro; solo essi, i padroni: asino, asino sei soprattutto, e lo sarai sempre di più, dico io.

Se è così, non ho niente da dire. Forse cantare, ballare, strombazzare? No.

Mi sono inventato il magazzino delle parole vuote, poco-sonanti; poche parole, che sono fatte, le nostre, di lettere di un alfabeto, che sono segni, maiuscoli o minuscoli, a stampa o a mano, con proprie forze e atti e proprie compagnie, (allegre brigate, le ho chiamate), che sono molto diverse tra diverse genti, per me sono le vocianti, le zampate, le crestate, le spian(t)ate e la tramezzana; ma per gli altri? Molto scombinate sono senza la colla del perché vero o del contenuto

vitale, giusto, ma sono i tempi. Sì, sono i resti, il rifiuto della parola, quello che non è più utile e deve andare ai rifiuti, alla spazzatura; sono i resti delle cose e delle denominazioni delle cose del mondo, sfocato oramai, nella sua sprofondata ampiezza. Superfluo contro superfluo, per me individuo anonimo, uomo soltanto.

Ecco, allora, la perdita della parola che si aggancia alla Arte dalla spazzatura, ancora per un tentativo di salvataggio di qualcosa.

Non è Scrivere, né è Far Arte, usare le lettere dell'alfabeto e gli oggetti rifiutati per dire un minimo con essi; ma è farli ancora funzionare anche solo per sé, dar loro ancora un credito. Ma interessarsi ancora a questi resti alfabetici e di vita, realtà e virtualità del mondo-uomo... è possibile?

Ma questa è una giustificazione, sufficiente al minimo, del mio uso per comunicare dei rifiuti di oggetti e lettere dell'alfabeto insieme, per un discorso-altro?

 

LP.N. 20-03-01 (riduzione dal testo originale del 7-11-99)

 

IL GESTO ESTETICO DELLA SCRITTURA

 

Il gesto estetico della scrittura........ cosa sarà mai?

Un fare come un più vedere e meno leggere "la scrittura", o prima vedere e poi leggere, o vedere in superficie e leggere in profondità, o niente leggere né tanto né poco, perché alla base c'è e non c'è la scrittura, essa se ne va per vie pazze? Però ciò che si vede ti può suggerire un' idea un pensiero un ricordo un desiderio, ciò che si legge ti può suggerire altro, ciò che si vede + ciò che si legge altro ancora, a diversi livelli, no?

Ma non è necessario salire o scendere tutti i livelli, ognuno è un suggerimento, un certo modo di fare scrittura, o scrivere, gestendo su una parte di memoria o progetto o presente dell'eventuale attenzione.

E' che la scrittura si libera di secolari condizionamenti - linearità senso unico codice canale servizio regolarità - e poi si libera anche delle forzature rotture analisi commistioni eccetera.

E' comunque e solo "un gesto", con tutte le sue defaillance, precarietà conseguenze, e lo è sempre, ché in qualche modo qualcosa è cambiato, dopo il gesto, qualcosa è rimasto, come segno diverso, e batte le strade del mondo, anziché - correre i vecchi righi più e meno a misura.

Il gesto estetico evidenzia La dimensione estetica della scrittura, che può essere pazza, dando all'attributo pazza il significato di libera, ma libera +++++++ . La dimensione usuale ragionevole è stanca, anche perché mano e penna non servono più comodamente, altre sono le vie e le misure comode oggi e più domani.

Le nuove dimensioni cambiano, pare, i canali supporti compagnie destinazioni misure, i "nuovi schemi" (Martini), ma lui, il corpo della scrittura, dopo tante analisi e prove, è cambiato a misura o fuori misura?

La scrittura al di qua e al di là della parola, la scrittura può essere libera, tutta per sé, PAZZA ? solo per modificarsi a piacere proprio per magari altri canali altre figurazioni altri servizi? Sì, se poniamo l'attenzione sulla dimensione estetica del corpo della scrittura.

Perché alla scrittura si attribuisce già un minimo di dimensione estetica e si può attribuire anche un massimo in armonia con le altre dimensioni ringiovanite.

Ma se la scrittura impazzisce e devia tutta per la dimensione estetica, il corpo della scrittura che strade può prendere? lo ci provo e apro a questa mia domanda: Il gesto estetico dello scrivere per una dimensione estetica della scrittura, che non sia proprio pazza.

Ma perché puntare sulla dimensione estetica d'una scrittura pazza?

Prima perché una scrittura pazza sia, liberando il suo corpo alla dimensione estetica; poi perché una dimensione estetica sia, liberando una scrittura pazza il tutto per avere un corpo di scrittura disponibile al gesto estetico.

Due gesti interdipendenti. Mancando l'uno o l'altro si cade nell'usuale. Non è neppure auspicabile un gesto estetico in un corpo usuale.

La ricerca della dimensione estetica in una scrittura pazza, dunque, per essere IO libero e fuori da scuole biblioteche o altro ammasso di scritture usuali dall'indice puntato, libero dalla storia delle cose che muoiono nel consumo, quando esso nello stesso tempo non le rigenera. Libero IO, O CHI PER ME, di strafare di non fare di fare male o diverso. Ma, chi "per te" ?

Ci saranno mai altri per una scrittura pazza? Ci sarà mai un interessato a questo tipo di libertà di una scrittura manuale ormai inutile, visto che in essa, alla fine, viene sacrificato il perché primo che è la comunicazione verbale?

Sì, non c'è richiesta palese ma occulta sì, in profondità, in questa pazza nuova società che fugge se stessa. C'è bisogno d'una rappresentazione forte, una rappresentazione che polarizzi e aiuti l'uomo, più natura e meno macchina, a essere meno schiavo della macchina e più padre della sua natura. Disarmonia oggi è da tutti denunziata, disarmo-nia che nell'estetico potrebbe ritrovare il giusto uso della parola nel corpo di una scrittura atto al gesto

dei “nuovi schemi”.

 

Novoli 25.1.1996 Enzo Miglietta

 

 

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