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27 gennaio della Memoria

Della Storia e della Memoria

 

di Francesco Pasca

Amico della mia e tua Memoria,
oggi non ho fatto la cicala, ho lavorato come una formichina. Ho spuntato sulla mia e tua Memoria quanto da essa ho trovato, quanto dalla storia ho potuto. Oggi ho un po’ sofferto, ho comunque dominato le circostanze che si possono ordinare, quanto la vita mi ha consentito di verificare per poi tornare a riflettere ed infine consentire alla mia e tua memoria di fidarsi.
Il lavoro si è pagato da sé, e, non per questo sono soddisfatto.
Mi son detto: «Se non sei contrario alla memoria collettiva perché perseguire la solita retorica, perché la memoria può costringerci a totalizzarci?»
Sento però in modo diverso oggi, sono naturalmente predisposto. Ho deciso di mostrarmi alla e con la luce e, con gli eventi di un giorno di memoria, voglio regalare anch’io la mia “retorica”, la stessa luce.
Oggi la mia predisposizione si è fatta Bella, può essere e servire per la Pace dei Popoli, per tutti.
Penso la vita solo mentre la vivo e, per questo, ho la sensazione di fondo, entro in contatto con i più svariati stati d’animo. Scrivendo per te sento che sei, adesso, l’Amico dei miei ricordi. Io come te, oggi, ho il mio problema pratico della ricordanza.
Ma Tu, ricordi?

scrittura

l'anomalia in arte

ovvero:Pasca-Anurc-Sumus-Cruna-Acsap

di Paolo Vincenti

articolo apparso martedì 10 gennaio 2012 su IlPaeseNuovo - Quotidiano del Salento

Se dico Francesco Pasca, penso alla “singlossia”. Penso all’irrazionale, che stimola la curiosità sempre in fermento di questo intellettuale così anomalo (di “anomalia come arte”, per dirla con Brenot, se è vero che alla base di ogni pratica artistica c’è sempre una follia creativa che smuove qualcosa dentro, spinge, stimola, suscita..)  Se dico Francesco Pasca, penso a parole in libertà, archetipi, combinazioni alchemiche o a strutture palindromiche, come il famoso quadrato magico “Sator Arepo”, che l’autore cerca nel mosaico pavimentale della cattedrale di Otranto .. e il mosaicista è lui stesso, l’autore, che gioca una partita a scacchi con le entità sovra individuali, come il tempo, lo spazio, il reale, il virtuale, e poi Fiato,Thea, Poiesi(es), Giano, Alber(t)o, Guido, ossia le pedine-personaggi nella scacchiera di una complessa rappresentazione trans-modale che sono i suoi libri. Se dico Francesco Pasca, penso a “diversalità poetiche”, penso all’acronimo del suo cognome (P-pardus A-alatus S-sternit C-cornutum A-arietem),  impresso enigmaticamente dal monaco Pantaleone in una scena di quel libro di pietra che è il mosaico otrantino. Dico Francesco Pasca e penso al linguaggio multiforme delle sue opere, alle più ardite sperimentazioni verbo-visive che caratterizzano il suo percorso  poetico, filosofico, matematico, e penso ad un viaggio multimediale, fra luoghi reali e mentali, seguendo quel filo rosso che imbastiscono i pensieri associativi – dissociativi di questo vulcanico scrittore che,  come nell’officina di Efesto, che è l’ “Eu-tpos” di Pasca, forgia demiurgicamente il corpo della sua narrazione, immaginifica e così affascinante. Penso alle infinite combinazioni che può dare la nostra lingua italiana, così antica eppure così moderna. Si, quando leggo alcune pagine del Pasca mi ri -innamoro di questa nostra lingua patrimonio  e mi ricordo quanto la sua bellezza possa essere seducente, il suo potere coinvolgente, avvincente.

Acqua e Civiltà

Più pubblica di così

si può.

di Francesco Pasca

Parlare dell’acqua è l’idea che mi frulla e oggi mi scorre. Una breve sosta romana, come sempre, si è palesata con gli archi da assegnare non solo come varchi o trionfi, ma soprattutto con gli undici acquedotti presenti dal 312 a.C. e che portano acqua alla città con disponibilità distribuita nel pubblico. (circa 1.300 fontane fra cui ben quindici le monumentali e vestigia di Terme altrettanto numerose). L’acqua romana è stata da sempre la prima risorsa. Persino utilizzata, così come raccontata, negli spettacoli per le naumachie. A Roma l’acqua affascina e, questo ennesimo soggiorno romano, è stato un viaggio improvviso. L'imprevedibile viaggio che può essere auspicato e, se materializzato nell'approvato e fatto, può divenire per questo ancora più bello. Mi sono mosso repentino, l’ho fatto come il muoversi alla ricerca di un nuovo incipit.

Questa la storia.

Ad ora tarda, tardissima, sono in zona E.u.r., nel quartiere detto delle tre fontane, mi accompagna una pioggerellina sottile, veri spilli da agopuntura dal piacere infinito. E' bello il mio attraversamento a piedi per via Laurentina poi per via della Musica. Sono allegro e mi muovo per altre strade all'insegna dell'Arte, coi nomi: viale Rembrandt, via della civiltà romana, viale dell'Arte, dell’architettura, della letteratura, ecc... Nel percorrere mi imbatto in un Cippo, ad altezza d’uomo la scritta a caratteri classici con inciso: “VIALE DELLA CIVILTÀ DEL LAVORO”. Intorno a me bianche Cattedrali di Uffici deserti, svuotati della loro anima, immobili e percorsi da luci a neon per testimoniarne una trascorsa vivibilità. Sono per vie transitabili, all'insegna del nulla vivo a me intorno. Persino le auto che sfrecciano sembrano carcasse vuote. Culmine del vuoto, nel complesso urbanistico romano dei trentadue quartieri voluti per l'Esposizione Universale di Roma, riecheggia il passo svelto del ventennale di una "pantagruelica" marcia romana. Questo è il Luogo detto delle Tre Fontane. Ho appena lasciato alle spalle il Palazzo dei Congressi. Ho davanti il palazzo della Civiltà Italiana o Civiltà del Lavoro. Ho l'edificio monumentale iniziato e mai concluso, (probabilmente è metafora di un Lavoro che può iniziare ma non concludersi oppure precarizzarsi).

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