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Connessione e Linguaggio

Connessione e linguaggio

 

 

 

 

Non sarà certo in questa sede che si possono risolvere i problemi del linguaggio, qualora ve ne siano, ma, avendone io la mira di discuterne, ne approfitto per il particolare interesse che suscita il discorrere di questo sulle pagine di “Cultura”. È di questi giorni la rassegna presso il Fondo Verri di due giovani presenze nel campo del linguaggio. 16 i testi di Teresa Lutri e 14 quelli di Francesco Aprile. Sono due presenze di segno scritto che hanno ormai gambe per camminare da sole e non essere più megafoni di alcuno. Quel che interessa è la rielaborazione del sistema di punteggiatura oggi in uso. Apparato pausativo così amano definirlo. Un riepilogo della punteggiatura e sua sintassi richiamata dalla prosa spontanea ed in un continuum fra oggetto e corpo nella definizione di: «fra nervi carne e muscoli del corpo. Il corpo. Oltre il punto.» Tre interpunzione secche private della loro logica di “soggetto - predicato - complemento e poi  - il punto”.

Un altro formarsi di linguaggio interessante è apparso sulle stesse pagine de ilpaesenuovo, in un titolo recitato: ” Fra identità inventate e (in)coscienza d’essere”, riferite ai Tarantismi pre-meditati con un colore pop alla Andy Warhol ed in un testo di Federico Capone. Ho ravvisato un’ identità culturale interessante anche per un altro fenomeno, quello della diffusione di un linguaggio sonoro-gestuale in una musica di Terra d’Otranto. Se ne potrà parlare in seguito riconducendolo ad altre totalità simultanee. In queste presenze ancestrali di “oltre il punto” e di “(in)coscienza d’essere”, essendo un ondivago del gesto ai primordi, non posso che affiancare anche il mio vagabondare dal suono all’immagine nei primordi e viceversa . Pertanto è del linguaggio, di uno in particolare, che voglio parlare. Desidero poter descrivere quello relativo all’uso dell’onomatopea o meglio del suono fra segno ed immagine. Dal triangolo di Ogden e Richards, la definizione di una "creazione di un nome" è il risultato di una parola in un sistema linguistico. La Singlossia è uno di questi termini, una creazione di nome, l’intento di una nominazione. Questo intento, come in tutti i vocaboli, è riconducibile all’espressione ed è composto da un significante e da un significato. L’idea che lo determina, e, che altrettanto ne deriva, è il rimando al referente. In questo caso è il suono. Si tratterebbe, quindi, di una "trascrizione di un suono", la cui connessione è tra significante e referente. Fin qua niente di eccezionale, tutto ricade nella norma e si riconduce alla pratica. Infatti il termine Singlossia è la congiunzione di una voce dotta composta tramite la preposizione grecaù - sin – e, dativo di - lingua – , e ne indica la sintesi visiva e sonora di un linguaggio visivo e verbale. Da ciò, qualunque sia la naturale connessione che si abbia fra oggetto e parola, questa non può appartenere che ad una sola piccola parte della fabbrica del Linguaggio. Tra le idee della mente ed i suoni articolati, troverete sempre tale connessione e se ne vedrà sempre un sistema generale tra una siffatta connessione naturale ed una connessione fra parole ed idee. Ossia le diverse forme dei suoni articolati sono tra loro scelti per condurci, a farci comunicare un’idea. Le espressioni delle nostre idee si esprimono dunque con il Linguaggio.

Il mezzo praticato con certi suoni articolati, che si adoperano come segni, sono per l’appunto le stesse idee. Con questa precisazione intendo specificare i suoni emessi e s'intenderanno come le modificazioni, inflessioni, accenti della voce formati per mezzo della bocca e dei suoi vari organi, i denti, la lingua, le labbra ed il palato. Applichiamo sempre e comunque un metodo artificiale per comunicare un’idea cercando di portarla sempre, con un adeguato linguaggio, alla più alta perfezione. Il mezzo linguaggio diventa così il veicolo. Necessità, questa, per dar luogo ad una corretta interpretazione è l’assegnazione dei nomi da assegnare a tutti gli oggetti di cui amiamo circondarci, riconoscerne la forma. Tutte le relazioni e le differenze dei suoni articolati passano fra il riconoscere questi oggetti e i loro fonemi e, tanto più lo sono tra loro vicini, tanto più, di seguito, sono descritti dall’invisibile riconoscimento dell'animo. Si direbbe che questi riconoscimenti a noi si avvicinano e vengono resi altrettanto intelligibili. Persino le possibili astrazioni sono e divengono le nozioni per riscoprire ed immaginare nuove creazioni ad esse relazionate, sono così trasmesse e trasfuse in un'altra immagine. Hugh Blair scriveva nelle sue lezioni di retorica e belle lettere nel 1801: «Andavano gli uomini allora erranti e dispersi; non eravi società, fuorché quella di famiglia; e la società di famiglia era pure imperfetta, poiché il lor metodo di vivere colla coccia o la pastura delle gregge dovea frequentemente separarli l'uno dall'altro. In tale stato, mentr'erano gli uomini sì divisi, e sì raro il loro commercio, come mai alcuna forma di suoni o di parole potè fissarsi per generale accordo a significare le loro idee?» Si evince l’impossibilità di una comunicazione conclusa, di una necessità a dar luogo ad una qualsiasi forma di linguaggio o in grado di poter intrattenere, qualora ne manchi l’aggregazione, con un nuovo iter. L'onomatopea, per prima, non poteva, né ancor oggi può aver luogo se la trascrizione fonica di un qualsivoglia rumore non veniva, viene codificata attraverso i fonemi di un sistema linguistico, e, se ciò accadeva, accade, era nel solitario disbrigo della pratica della sopravvivenza o di una voce irraggiungibile. Qualsiasi "voce imitativa" o di "interiezione" era, è fra l’uomo errante e le sue cose. Il valore evocativo delle onomatopee era ed è l’emblematico risultato di un fatto accaduto. Dal fatto, successivamente, poteva accadere il riporto. Dal riporto, la possibilità di una decodificazione. La figura assegnata al termine "romori" anziché "rumori", del termine (in)(personale) anziché impersonale (come derivazione di svuotamento del personale con la pratica della immissione-saturazione di un valore), la parola (mas[sa)cro] anziché o al posto di massacro o massa o sacro. L’ [(in)coscienza)] in cui una (in) di troppo non conduce all’errore-saturazione, ma alla restituzione di un valore, ed ancora il termine di [(Pecula)ri(età)] anziché di Peculiarità così come scritto in una NewPage. A quell’idea s’appoggiava la somiglianza del suono con un altro suono, del segno con un fonema sempre più definito, diverso e collimante. Nell’onomatopea, se il termine “cloppete” di Palazzeschi è stato appoggiato, riferito al coadiuvare ed è un suono, questo si arricchisce con la respirazione profonda e l’utilizzo del labbro. Mentre viene pronunciato il suono s’aggiunge ai denti, alla lingua, alle labbra ed al palato, lo si sostituisce con un costante sovrapporsi ed addizionarsi. Un modo semplice per ottenere una vera e propria Pluri-glossia è quanto, con la pioggia nel pineto d’Annunzio voleva creare per un effetto estetico; con quanto il Pascoli declamava nella poesia “Valentino“: «Un cocco! / ecco ecco un cocco un cocco per te!»; con quanto Apollinaire, nello strumento calligramma, aggiungeva ed otteneva in un effetto grafico in un rimando. La Singlossia è dunque il riproporre un Palazzeschi, un Apollinaire o un Marinetti rinnovato nell’onomatopea con il diacronico. É tutto questo e non altro. É “La fontana malata” con il suo «Clof, clop, cloch,/cloffete,/cloppete,/(…)chchch …». Si porta indietro per un attimo il Tempo, lo riportiamolo alla nascita pensiero (in)perfetto, all’origine del Suono-Parola. Ripercorriamo gli ostacoli e i processi. Siamo ormai abituati ad assistere ai progressi scientifici e alle cosiddette invenzioni estetiche dell’arte, ma spesso accade di non renderci conto dei gradini, delle separazioni, dell’inizio e del fine (qui il termine “fine” è il “non fine ultimo”, lo stesso inizio). Decidiamo quasi automaticamente di accettarlo come avvenimento dovuto. Se confrontiamo l’aspetto sintattico e morfologico in una frase pronunciata nei secoli addietro, (verificatelo con quanto ho riportato nel testo traduzione del Soave), e se, responsabilmente, ne siete predisposti, vi accorgerete, immediatamente, che si esamina la frase secondo la prospettiva del presente, eludendo così l’analisi sincronica. Vi accorgerete che l'oggetto parola è divenuto per voi così familiare, tanto comune, che lo guarderete-leggerete senza meravigliarvene. In Arte, un Artista del nostro tempo, Christo Vladimirov Javašev di origine bulgara, nato a Gabrovo, ci ha dimostrato, con l’impacchettamento delle solenni Mura Aureliane a Roma ed in altri oggetti posti qua e là nel mondo, che il colore è un’intuizione totalmente diversa tanto da sembrare un mega oggetto d’arredo urbano o d’arredo planetario. Il Suo proposto stava e sta lì nell’immaginario a ricordarci che il tempo esiste ed è diacronico nei linguaggi; è l’identica cosa di un qualsiasi rumore anche se criptico o male interpretato. I deboli principi li ha fatti divenire ostacoli e motivo di grandissimo stupore. Ci ha portato al mirare ed il tutto lo ha ricondotto all’origine. Ora, con quale autorità poté propagarsi nelle tribù e nelle famiglie dell’uomo primitivo un linguaggio? Parrebbe che, per fissare e propagare una Lingua, si ci dovesse, dapprima, raccogliere in un considerevole numero di uomini, e che la società, così costituita, si andasse via via a determinare in uno stadio molto avanzato di esperienza, e che quest’ultima divenisse luogo di comune interesse. Tutto l’iter per poter dar luogo al linguaggio e a comunicarsi i bisogni, soprattutto le idee. Il suono, certamente, l’accomunava. I primi elementi di un linguaggio sono quindi suoni articolati. L'ipotesi, non nuova, e che l'origine della o delle lingue non siano state di origine divina (menomale). Anche il principio della socievolezza non è un principio “divino”, ma una necessità. È lo stesso Dio a dirlo (menomale), così come riferito nella Genesi. È detto, apertamente, che Dio abbia dato la facoltà di inventare un linguaggio iniziando con l’assegnazione dei nomi. Avremmo avuto quindi il primo “apparato pausativo”, la prima “(in)coscienza d’essere”, la prima "creazione di un nome", la conseguente nominazione privata dapprima del costrutto. Suppongo vi sia stato nella costruzione del linguaggio il suono come prima metafora della vita. Da ciò il grido-rumore ed il timore, l’avvertimento, il segnale, l’interposizione, la favella onomatopeica come comunicazione, imitazione del suono del nome e della natura dell'oggetto nominato. Da lì il pittore graffitaro o petroglifa scultore per rappresentare le immagini adopererà il colore corrispondente all’oggetto; per rappresentare un segno o un volume adopererà la pietra. Suppongo non potesse fare altrimenti. Se amava far scaturire l'idea della cosa o nome che cercava d'espri-mere, niente da allora fu arbitrario né senza alcun fondamento o ragione. Il supporre divenne un effetto da causa. L’immagine del morso del ragno e sue conseguenze sintetizzano egregiamente tutto questo e si fa benissimo oggi ad evocare, a capire cosa abbia indotto, induce a recepire un gesto associato in maniera diacronica ad un segno, ad un suono, ad un’idea. Altrettanto è l’introduzione della sostituzione sistematica della punteggiatura classica con modalità di una perfetta propaggine del linguaggio corpo. Si pensi al gesto-suono-segno del maestro d’orchestra nell’indicare l’abbassare di un tono o il prolungamento di un suono in uno strumento. La pausa, l’annullamento o il prolungamento è, e diviene anche il segno di Francesco Aprile, l’uso dell’underscore (il trattino basso _ ). La Singlossia è appena cominciata. Ricondursi all’origine attraverso il presente non è indietreggiare, ma trovare la forza di modificare il linguaggio, almeno quello derivabile dal triangolo di Ogden e Richards.

Giano e l'Arte

Giano e l’Arte


Storia di fili e fogli senza spessore e di un Giano bifronte chiamato Arte. Ovvero, l’arte indistinta tra bello e brutto.

Della bellezza in arte abbiamo, allontanandoci dal nostro tempo, notizie che ci sono giunte da quel “secolo dei lumi”. L’Europa, in quel tempo, con i suoi rinnovamenti portò anche alla chiusura di numerose botteghe artigiane, all’abbandono delle campagne e, in quel nascente neocapitalismo, di contro, s’avverava quello che oggi chiamiamo “forbice” cioè quella distanza sempre più evidente tra agiati e meno agiati, sino agli ultimi. Lasciando alla storia sociale quel compito, sebbene questa sia sempre andata di pari passo con l’arte, mi addentrerò proprio partendo da questo periodo per ricordare  la significazione di Bello. Per addentrarmi adeguatamente traccio l’ulteriore idea di quell’Illuminismo che era anche: fiducia nel progresso, avvicinamento ad una società giusta, uguaglianza, tolleranza politica e religiosa. S’aggiungeva, inoltre, anche l’internazionalismo della cultura. In questo progetto sociale e politico non poteva mancare quindi anche l’altra idea, quella di dare l’ennesima definizione di Bello. Sarà Johann Joachim Winckelmann, nella sua "Storia delle arti del disegno presso gli antichi" apparso a Dresda nel 1764, che ne traccerà il profilo.

Guardandosi dietro, nel tempo, e con l’umiltà della sua “quieta grandezza”, il Winckelmann, archeologo ed esteta dell’arte, dettò il criterio dell'evoluzione degli stili perchè a suo dire dovevano essere cronologicamente distinguibili l'uno dall'altro, così come andò ad osservare da vicino quell’uomo uscito sconfitto “dallo stato di minorità”. Nell’analisi stilistica ci suggeriva: “ … La natura sarà qui il miglior maestro: essa infatti nel particolare supera l’arte, proprio come quest’ultima nell’insieme del corpo supera la natura…”. É proprio sull’approssimarsi, sul finire di quel tempo che un filosofo tedesco, Kant , così scriveva nel 1784: “L’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. […] … Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza …”.

Dal momento che non dobbiamo solo considerare l'opera d'arte basata sulle proporzioni delle forme, ma anche sui suggerimenti dati alla nostra psiche perché dettati dalla stessa psicologia della forma e dalla sua percezione,  farò una breve, velocissima, premessa.  Introdurrò un termine, “contemporaneo”, che tuttora mi insegue sin dalle mie prime letture e che mi ha portato a domandare  del perché, spesso s’aggiunge al termine di “moderno”.

A domanda premetto: che con il termine “contemporaneo” è da intendersi quel tempo rivolto solo alla nostra stretta appartenenza a quel fenomeno. Così come premetto che l’arte è sempre stata contemporanea per chi l’ha partecipata, ma moderna solo a partire da un certo periodo. Da fonti storiche ciò accade nella transizione tra romanticismo e realismo, intorno agli anni 1860. Da quel momento in poi, ma soprattutto dagli anni ’70 è utile utilizzare una terminologia più precisa, “arte post-moderna”.

È difficile incontrare tale distinzione. Ancora oggi si usa dire di un’arte moderna confondendola con contemporanea. Quindi è giusto dire: “arte Contemporanea o post-moderna”.

Dal post-moderno in poi, di fatto, l’arte è un concetto assai elastico, essendo venuti meno i criteri di bello classico, di aderenza alla realtà come “copia” della realtà. Tutto infatti è omogeneità, tutto può essere definito Arte. Di fatto, con queste parole, Ernst H. Gombrich ci metteva, con il suo volume "La storia dell'arte", di fronte alla suggestiva specificità di un’Arte che andava ad auto assumersi con il significato di un “Errore”: "....non esiste l'Arte con l'A maiuscola che è oggi diventata una specie di spauracchio o di feticcio...." ed ancora: "Non esiste in realtà una cosa chiamata arte."

Tenendo a mente anche quest’ulteriore “provocazione” dettata con: "discutendo infatti di un'opera d'arte non si può mai completamente disgiungere la descrizione dalla critica. Le perplessità in cui si dibattono gli storici dell'arte nelle loro discussioni sui vari stili e periodi sono dovute appunto a questa mancanza di distinzione tra forma e norma" e lasciata la percezione visiva delle categorie di "norma" e "forma" viene spontaneo affermare che l’arte concettuale per esempio non è più contemporanea, ma persiste nell’essere moderna.

Se l’arte per Gombrich è un concetto elastico, cioè ci troviamo dinanzi ad un’arte sempre più dilatabile, salvo rari casi che non faranno vera testimonianza di detto fenomeno, vedi (l’arte d’espressione o l’arte dettata dall’artigianato dove i concetti di bello-brutto sono segnati rispettivamente da situazioni intimiste e di mercato o committenza), sarà utile guardarsi meglio nel panorama artistico d’oggi.

Se vogliamo dare un’esplicita appartenenza e “dettare” anche noi un’evoluzione degli stili, è iniziato il tempo di farli riconoscere.

Come è rilevabile; l'arte concettuale è l'Idea che sta dietro l'opera piuttosto che l'abilità tecnica della sua esecuzione. La più prossima definizione di bello in arte appartiene già al passato ed è dell’artista statunitense  Joseph Kosuth. Famosa è “One and Three Chairs”,  (foto di una sedia posta accanto a una vera sedia e con riportata la definizione di “sedia” tratta da un dizionario) un'espressione visiva del concetto di "forma" riconducibile a Platone.  Come dire: ti faccio vedere una sedia simile ad una sedia, ma per renderla vera, plausibile, te la riconduco al che cos’è, descrivendola.

Qui il bello è quel senso di piacere estetico che s’accompagna all’arte.  Ma sin dai primi anni novanta, quel bello, è ormai frainteso, non incalza come quando si va a proporre; come non è più necessaria una didascalia per renderlo credibile.

Ritornando. Se storicamente quest’Idea può essere fatta risalire ai movimenti Neo-Dada e ai Minimal Art tra gli anni cinquanta e sessanta, oggi, quell’Idea non è più la provocazione neo-dadaista di Joseph Kosuth e di Piero Manzoni, quest’ultimo noto per i suoi barattoli di “merda d'artista”. Né lo sono più le mappe, i film, i video, le foto, gli happening che erano lì ad essere testimonianza di luoghi specifici, di atti specifici.

Nella Land Art, ad esempio, era lo stesso luogo che diventava arte concettuale attraverso espedienti innovativi e coinvolgenti. Christo Vladimirov Javašev e Jeanne-Claude Denat de Guillebon erano l’Idea, erano e sono ancora i nuovi realisti.(istallazione del ‘The Wall’, Wrapped Roman Wall. Le Mura Pinciane, Roma; 1974)

Oggi l'artista, che ne deriva e ne consegue, dal punto di vista commerciale e di conservazione è solo ed esclusivamente “episodico non finito”. Quindi nei riguardi dell’Arte gli è improprio il termine di contemporaneo o post-moderno.  Noi abbiamo solo e soltanto l’inizio e non la fine di quell’atto. Non abbiamo la sua spazialità temporale dell’opera d’arte e non può essere ricondotta alla nostra specificità di contemporanei.

La nuova domanda: ma quanto di quel bello-brutto, di un’altra contemporaneità artistica tra il XVIII e il XX sec. è rimasta?  

L’arte della generazione post-post-moderna si sta basando esclusivamente sul rapporto di una teoria non scritta e nel non costruirsi dei veri e propri ambienti spaziali. Non verifica quell’attendibilità descritta. Lo spazio del suo contemporaneo, segnato a due dimensioni, diviene allusione ed altrettanta illusione. Lo specchio che si sta generando come virtualità apparente è l’incurvarsi di quello spazio sino al suo stesso ribaltamento. È sintomatico quell’affermare il trinomio chiuso critico-critica-arte. A. Bonito Oliva, docet.

La trasgressione del “bello”, del linguaggio pittorico tradizionale sta per diventare il buco alla nostra memoria. Quell’arte, detta contemporanea o moderna, è la staticità del Giano bifronte della nostra generazione. L’indistinta semplicità data dal bello o dal brutto è il non riuscire ad osservare più la totalità e a non saper riportare poi la complessità di una trama disegnata, ad esempio, quella evinta dall’altrettanto apparente semplicità di un “acciottolato romano”, di un “basolato”, di un “muretto a secco”, di un “muro di cinta megalitico”. Dov’è quel filo o foglio senza spessore? L’Idea.  

Venerdì 13 u.s. con il Professore Maurizio Nocera, in prossimità dell’ingresso del palazzo Palmieri a Martignano di Lecce, oggi parco culturale, non abbiamo potuto fare a meno di notare, sotto i nostri piedi, il magico avvicendarsi di pietre nella loro “bella-logica” semplicità compositiva.  

Ritornare alla consapevolezza di quella “Ragione” è ricondursi ancora una volta all’Idea ho pensato.

La più semplice dell’idee è, può essere, la geometria. Quella “misura della terra”, che si occupa delle forme nel piano e, nello spazio, attraverso l’applicazione delle sue mutue relazioni. Occorre ricondurla alle origini, al criterio primitivo, ma non approssimato. I concetti, sebbene primitivi, quali il punto, la retta ed il piano, dovranno essere descritti come i punti, fili e fogli di carta senza spessore. Come è detto da Fred Attneave in “Processi Compositivi Stocatici” del 1959: “occorre innanzitutto distinguere due diversi significati di un termine come “originalità” o “creatività”. In un certo senso, niente è forse più originale di una tavola di numeri casuali: essa è assolutamente priva di clichès; ogni numero è il più imprevedibile possibile.[…] Comunque, si è visto che qualunque metodo di costruzione, casuale o meno, comporta delle regole, siano esse esplicite o implicite.”

Per dare ragione, confortato da Fred Attneave, ho scelto un riquadro di 20x20, un reticolo predisposto, determinato dal più semplice dei simboli semplici, il quadrato. Poi, sono andato a fissarmi delle regole dopo aver selezionato, dalla totalità di quella sua matrice, un altrettanto modulo più piccolo di lato 5x5 ed ancora mi sono provvisto di una tabella detta di permutazione.

L’opportunità è stata quella di, con quei numeri pari e dispari disposti “casualmente”, ubbidire a delle leggi di altrettante probabilità. Ogni qual volta incontravo un numero pari tracciavo nella casella, diagonalmente, un segno discendente. Quando, di contro, incontravo un numero dispari, diagonalmente, un segno ascendente. La semplice regola mi ha condotto a riempire con quei segni tutte e venticinque le caselle, che ne diventavano la matrice più piccola di un trama evidentemente più grande.

Di fatto quel “caos” iniziale, la disposizione casuale dei numeri, lo feci giungere ad un caos-omogeneo al quale potetti dare il nome di Ordine.

Un modello complesso fu quell’ordine. Non altro che un modello primitivo, l’identico che si riscontra nei segni tribali di qualunque insediamento pre e post-neolitico. Un’Arte del fare ai primordi che inizia a divenire linguaggio. Come dire: l’oggettivo prese sostanza e si differenziò dal non oggettivo. Quella è stata ieri e potrebbe diventare oggi, sarebbe la nuova storia delle arti.  

 

     

 

                          

Titolo del mio risultato stocatico-artistico: (Sono qui a dire quello che sono, che non sono e che potrebbero forse “essere”. XXI-09).

Un’arte che a me piace chiamare con l’appellativo di contemporanea o archeo-post-archetipa.

Giano il Dio degli inizi, materiali e immateriali, il cui Cicerone lo faceva derivare dal verbo ire "andare", perché secondo Macrobio “il mondo va sempre, muovendosi in cerchio e partendo da sé stesso a sé stesso ritorna”,sperosia l’inizio di nuove regole, di nuove varietà di ordine, ma anche diverse da quelle che risulteranno da una semplice tavola di numeri casuali. (per la cronaca i miei numeri sono quelli dalla manipolazione del ROTAS OPERA TENET AREPO SATOR).

Questo esperimento-procedimento è molto simile a quello dei modelli di canestri della Guiana Britannica (Franz Boas, Prinitive Art), ma anche non molto diverso per l’ottenimento dei meandri, greche e labirinti della nostra civiltà. Guardarsi al passato, così come fece ilWinckelmann; è “rappresentare” l’insieme ed essere al contempo altamente astratto come quel concetto di Bello-Brutto; è anche scomodare il grande Lèvi Strauss quando dice di non accorgerci di dipendere ancora dalle scoperte della rivoluzione neolitica. Persino il semplice calcolo binario è stato già scoperto dai nostri progenitori. Pari o dispari ne è la prova, l’antinomia la conferma.

D’accordo o non d’accordo, ci piaccia o no, è evidente che rischiamo di attraversare un lungo periodo di assoluta stagnazione. L’ultima grande vera rivoluzione, dove “originale” e “creativo” non avevano bisogno di distinzione, si è avuta con il Futurismo e dal Dadaismo ad oggi siamo rimasti ancora “dadaisti”. La “Civiltà dell’Accomodamento”, del “Non Bisogno” sta consumando le nostre risorse? Se la storia degli stili non si è ancora conclusa possiamo continuare ad essere solo Postmoderni?

Francesco Pasca

il muro

Quanto costa abbattere un muro? 

Ovvero, "I Muri” si possono abbattere!?

 

di Franceco Pasca

 

Quell’iniziale linea ideale iniziò a prendere il nome di "protezione". Il collettivismo comunista in agricoltura così come nell’industria ed anche nel commercio, disperse le risorse del proprio fabbisogno economico e provocò in pochi mesi l’Esodo.

Centosessantasei chilometri di lunghezza e quattro metri di altezza, questi i numeri che s’aggiunsero al numero di 200, le persone uccise mentre cercavano di fuggire da Berlino Est per l'Ovest.  Centonovantadue le strade di Berlino che furono tagliate, divise da quel “muro”. Da quel momento, “varcare” fu impresa impossibile, rischiosa. I poliziotti (Vopos) di guardia faranno la loro ultima vittima il 6 febbraio del 1989, è Chris Gueffroy. Tutto accadeva nella mattinata del 13 agosto 1961.  Un’apparente e quasi insignificante linea irta di spine s’andava a srotolare lentamente e separava i settori occidentali e sovietici. Poco dopo, quasi a ricordare un’altra storia, si tracciò silenziosamente quello che poi divenne sussulto.Il ” Muro della Cina” così venne chiamato, poi, su decisione di Walter Ulbricht ed Erich Honecker. L'Armata rossa, da quel momento, controllerà i suoi assi viari strategici. All’accadere di ciò, il Muro non fu più quell’eufemistica “protezione”. Fu come se, improvvisamente, avesse chiuso non solo fisicamente un territorio, ma qualsiasi speranza. Quel Non-Varco inizierà a sommare numeri mai definiti, vite di persone segnate tra due date 1961 e 1989. Ad accelerare la costruzione di quel muro, il Berliner Mauer, contribuirà, la storia lo insegna ed è sempre accaduto, il fattore economico, poi sarà tutto il resto. La situazione diverrà insostenibile. Da quel paradiso socialista una fiumana di 160mila varcherà quella linea ideale non ancora marcata. Il regime di Walter Ulbricht, è lo stesso Walter Ulbricht ad affannarsi in quel 15 di giugno del '61, con una conferenza stampa internazionale, a smentire la possibilità di una divisione della Germania.

Queste le sue dichiarazioni: "Ho sentito anch'io questi pettegolezzi, sono falsi. Nessuno ha intenzione di farlo" […] I muratori della nostra capitale sono essenzialmente occupati alla costruzione di alloggi. Nessuno ha l'intenzione di costruire un Muro...

Dall’America intanto giungerà la prima corale disapprovazione con: “SIAMO TUTTI BERLINESI”
Tutti gli uomini liberi, ovunque si trovino, sono cittadini di Berlino. Come uomo libero, quindi, mi vanto di dire: Ich bin ein Berliner”(John Fitzgerald Kennedy)

Ma la Storia non è mai immobile, si scrive, si cancella e si riscrive, ci incalza. Davanti al graffito di Leonid Brežnev ed Erich Honecker che si baciano, e, la cui scritta in alto, con linguaggio grafico cirillico e con un rincorrersi simbolico delle seguenti parole: "Signore! Aiutami a sopravvivere a questo amore letale",nel novembre del 1989, la Germania conosce una rivolta senza precedenti dall'ultimo sollevamento operaio del 17 giugno 1953. Giungerà la prima dichiarazione: «Le persone che desiderano partire definitivamente si possono presentare a tutti i posti di frontiera tra Ddr e Germania federale o a Berlino ovest […] A quanto mi risulta la nuova legge vale da subito, da ora». Così Guenter Schabowski, portavoce del Politburo tedesco-orientale decretava l’inizio. É il 9 novembre 1989, ed è fuga e rabbia. Fu Gorbaciov a chiedere per la popolazione ulteriori libertà e riforme. Fu Gorbaciov ad agitarsi nei confronti di un muto regime staliniano. Il 9 novembre 1989, il Consiglio dei Ministri della RDT decise l'apertura del Muro di Berlino e delle frontiere. Nell'euforia generale, migliaia di Berlinesi delle due parti della città si trovarono sul Muro per celebrare la fine di 28 anni di separazione. Quest'evento segnerà l'inizio del crollo del regime Est tedesco. Il sistema Socialista è ormai imploso e permetterà la riunificazione della Germania, siamo nel giorno del 3 ottobre 1990.

Oggi quel muro, simbolo della Guerra Fredda e della politica della Cortina di Ferro, ha l’obbligo di rappresentare il simbolo della Speranza. Un’evoluzione della politica mondiale come necessità indispensabile per la coesistenza pacifica fra i popoli. Ma i “muri” si sa sono come le parole non finiscono mai. Assistiamo ancora alla nuova muraglia, anche questa è sorta in sordina ed è invece incombente come quella di ieri e di sempre.

La barriera di separazione israeliana, detta anche “Israeli West Bank barrier”, è anch’essa ancora una volta il “sistema”. Anch’essa, come ieri, per smussarne la tragicità, si fa chiamare eufemisticamente chiusura di sicurezza o security fence. Anche qui, scopo di sempre, è l’ufficialità dei sistemi che si nasconde con il termine “intrusione”. Ci dicono che sono i terroristi palestinesi gli “intrusi”. Anche questa barriera ha i suoi numeri. Il suo tracciato è di circa 700 km e di altrettanti numeri umani. Sebbene controverso il suo disegno, quel confine, viene sempre e comunque ridisegnato dalle pressioni internazionali. L’elettronica in alcuni casi ha preso il posto del cemento. I souvenir di domani, i pezzi di questo muro, saranno forse i microchip di oggi?

Questa seconda barriera è muro della vergogna. Con quest’appellativo si denuncia ancora una volta il più alto degli attentati. Altrettanto terroristico è il risultato. É quello più ignobile, è quello contro i diritti umani. Deve avere il nome di vergogna perché è: “annessione consapevole dei territori palestinesi”. Anche qui è l’economia che sta impegnando risorse considerevoli per realizzare questo progetto. V’è stato l’impegno di una giornata "memorabile" a Betlemme. il Papa ha espresso solidarietà ai palestinesi esprimendosi con queste parole e riconoscendo: "che hanno perduto così tanto", e quel muro lo ha definito "tragico". Del bel suono all’inglese “Israeli West Bank barrier” ha altresì detto: "Incombente su di noi, mentre siamo riuniti qui è la dura consapevolezza del punto morto a cui sembrano giunti i contatti tra israeliani e palestinesi, il muro. In un mondo in cui le frontiere vengono sempre più aperte […] è tragico vedere che vengono tuttora eretti dei muri […] è necessario grande coraggio se si vuole contrastare il bisogno di vendetta, se si vuole che finiscano le ostilità che hanno causato l'erezione di questo muro".

Vorrei ritrovarmi come in quel 9 di novembre del 1989, alle sette di sera, dopo lo “scoppio” di una festa spontanea alla porta di Branderburgo e nella Kurfürstendamm, quando seduti su quel muro con un ombrello aperto eravamo tutti lì a ripararci dagli idranti dei poliziotti. Sarebbe bello!

Ho fatto un S(e)gno…

 

Ho fatto un S(e)gno…

Il silenzio della parola

di Francesco Pasca

 

:-))) Perdonate la mia stravaganza. L’opportunità di scrivere è anche: applicare qualche concetto che frulla ondivago nella mente, vedi un’idea come la rappresentazione digitale di una teoria dell’arte del nostro passato o l’applicazione nel presente, ma è già trascorsa. Viene spontaneo. Una volta la Cibernetica…, forse è meglio dire c’è ancora la Cibernetica. É con questo termine che abbiamo costruito il nostro primo Adamo ed Eva. Così come, da quel loro primitivo essere, abbiamo visto nascere la coscienza.

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