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Attraversando la Singlossia

Categoria: Uncategorised Pubblicato: Mercoledì, 17 Marzo 2010

In/Out. Dentro e Fuori il processo creativo

Nel segno di Pantaleone da Casole

Attraversando la Singlossia di Francesco Pasca

 

Segno,  spazio,  suono. Numeri,  nomi,  parole,  piani,  immagini,  tra realtà e immaginazione …

 

I diversi linguaggi dell’arte confluiscono nel gesto pittorico di Francesco Pasca, quel gesto che è sintesi tra natura e artificio.

 

Partendo  dall’assunto  longhiano,  L’arte  non  è  imitazione  della realtà,  ma  interpretazione  individuale di essa, Francesco Pasca elabora figurazioni, rigorosamente geometriche  “contaminate”  da cifre e lettere che traducono il suo personale sguardo sulla realtà. Nelle sue opere convivono proporzioni matematiche, figure e simboli che trovano nella forza del colore il denominatore comune e, nella  singlossia,  la  risultante dell’incontro  tra  linguaggio visivo e verbale. Sarebbe difatti riduttivo parlare di pittura, per le opere di Pasca, senza fare  riferimento  alla  singlossia,  a  quella  complementarietà  dei  linguaggi  che  sono alla base della comprensione di ciascuna  sua opera, pittorica o  letteraria. La  tela,  in un  continum  senza  soluzione  di  continuità,  diventa,  al  contempo,  spazio  pittorico  e foglio poetico dove intrecciare immagini e suoni, significati e significanti, evocazioni di simboli che appartengono alla memoria collettiva, alla storia dell’arte, al mondo dei numeri quanto a quello della poesia. Come il tappeto musivo di Pantaleone da Casole  nel  cui  tratto  egli  racchiude  l’in  e  l’out  della  sua  personale  visione  dell’Arte  e  del Mondo.

Quasi un gioco di parole, In (personale) Out nel tratto di Pantaleone da Casole è  il  titolo che ha  scelto per  la  sua mostra che partirà da Lecce per poi approdare  in numerose città italiane. In/Out, Dentro e Fuori il processo creativo che deve privilegiare il confronto “di” e “tra” linguaggi superando la dimensione puramente estetica. L’idea del viaggio,  in quanto evocazione di  luoghi e  itinerari da scoprire ma anche faticoso percorso interiore, rappresenta una delle possibili e infinite chiavi di lettura per questi ultimi lavori che condensano il frutto di una ricerca lunga e costante, partita negli anni Ottanta, parallelamente all’adesione al Gruppo Granma e al Manifesto della Singlossia che lo vede  protagonista di performance poetiche a Milano come a Palermo con Rossana Apicella, Ignazio Apolloni, Michele Perfetti, Eugenio Miccini e tanti altri. Un discorso che continua oggi nell’adesione al tema della Singlossia come scelta e al Non senso dell’universo dedicandosi alla scrittura, alla pittura, ai linguaggi multimediali che per lui in internet trovano l’eredità diretta della singlossia.

Nato a Sanarica, a pochi passi dalla bizantina Abbazia di Casole, Francesco Pasca dipinge dal 1963 assumendo connotazioni che spaziano dal neocostruttivismo all’informale per poi giungere ad una neofiguratività caratterizzata da citazioni materiche e segniche. Una ricerca che lo ha portato a realizzare quest’ultimo progetto artistico attraverso il quale oggi  indaga e privilegia  il concetto di Decorazione  in quanto Arte e Manifesto politico attingendo, ad esempio, alla Guernica di Picasso nel XX secolo. Pittore, scrittore, poeta, pensatore e matematico, Francesco Pasca si diverte a colorare i suoi pensieri: strato su strato, con una tecnica pittorica che unisce insieme il digitale, la

fotografa e la sua elaborazione, il collage, gli stucchi e il colore puro  realizzando una serie di tavole che, alla stregua di “tessere”,   si compongono quasi come dei moduli.

Simboliche e accuratamente  studiate  le  forme,  tutte  riconducibili al quadrato,  forma magica per eccellenza. Quattro  infatti  sono gli elementi naturali, acqua, aria,  terra e fuoco,  e quattro  sono  i punti  cardinali per  individuare gli oggetti nello  spazio. E  la valenza magica  del  quadrato  ha origini  antichissime  a  partire  dallo  shu  cinese  alla famosa  incisione Melancholia  I di Albrecht Dürer. Tutte  le opere  sono accostamenti di  quadrati  le  cui  dimensioni  unitarie  risultano  dall’applicazione  della  formula  che individua la sezione aurea del segmento. Vale a dire ogni singolo lavoro viene costruito prendendo a riferimento  il numero d’oro, ovvero 1,6180339887, valore che esprime il concetto di armonia nella natura; un  rapporto numerico che viene  rispettato anche quando il quadrato, usato come multiplo, componendosi dà origine a forme rettangolari.

La  sezione  aurea  è  considerata  la  giusta  proporzione  tra  due  elementi  perché  essi appaiano armoniosi all’occhio umano e sin dall’antichità fu applicata nell’architettura, esemplari, in tal senso, sono la piramide di Cheope e il Partenone di Atene. Anche nei capolavori dei più grandi artisti della storia dell’arte, Leonardo, Piero della Francesca, Leon Battista Alberti, è possibile rintracciare ciò che gli antichi definivano “la divina proportione” – solo nell’Ottocento battezzato sezione aurea. Il numero d’oro, che si ritrova anche nella musica di Beethoven, ricorre persino nelle proporzioni dell’essere umano come dimostrato nell’uomo vitruviano.

Tutto è numero asserivano i pitagorici e la successione numerica scoperta da Fibonacci non è  solo  la dimostrazione  scientifica di  tale principio ma è anche  riconducibile al numero d’oro, in quanto valore del rapporto degli stessi numeri di Fibonacci.  Arrivati  a questo punto  sarebbe  lecito  chiedersi  cosa  c’entra questo  con  le opere di Pasca? Si tratta forse di un gioco? Di una sfida?

La  risposta è,  in effetti, nelle  sue opere.   Nel concepirle, egli  stesso  rivela di essere partito dall’applicazione scientifica di tale formula, non a caso leggibile in trasparenza, in questo  stesso  foglio. Numero  come  rappresentazione della natura  e, dunque, non sterile sequenza di cifre. Sono espressioni matematiche ben precise – nulla è lasciato alla casualità - le proporzioni architettoniche dei monumenti, in primis, quelle delle facciate barocche con volute e capitelli, elementi iconografici che identificano il suo territorio di appartenenza: il Salento. Radice culturale e artistica che egli ripropone sulle sue tele tra gli elementi  compositi che sembrano disgregarsi in bilico tra gli oggetti, fuori e dentro  griglie  ideali che vanno ad impaginare le diverse e intriganti composizioni. Quasi come quinte scenografiche, le sue opere, di notevole impatto visivo, rimandano alla topografa

di  luoghi  tanto  reali quanto  immaginari.   Di-segnando queste  insolite  topografe egli crea una geografa di segni-sensazioni che lasciano spazio a mille suggestioni.

Osservando  le  opere  di Pasca  viene  in mente  quanto  asseriva Paul Kee: L’arte  non riproduce il visibile; piuttosto, crea il visibile.

Ma cosa vedono  i nostri occhi? Sono  forse  in grado di percepire  la più piccolissima particella di cui è composta la materia?  Quanto può essere reale il nostro pensiero? E quanto ciò che vediamo è reale? La pittura induce, inevitabilmente, alla riflessione al di là della percezione visiva. Come un divertissement letterario  - non a caso è anche fine scrittore e poeta – Pasca configura e assembla nello spazio pittorico elementi diversi e spesso contrastanti  tra loro; monta e smonta come tasselli di un ideale puzzle piani e figure dalle delicate cromie che possono, inaspettatamente, fondersi in moduli dalle tonalità più accese suggerendo volumi  e  spazi  tridimensionali.  Lo  spazio  della  tela,  per  lui,  diventa  il  piano  delle possibilità, gioco e alibi per potersi interrogare sulla natura, con un riferimento preciso all’antropizzazione  che  sempre  più  spesso  intacca  gli  equilibri  naturali  provocando danni formali e sostanziali tali da mettere in pericolo la sopravvivenza di tutte le specie, compresa quella del genere umano.

E  il rimando alla memoria, non può che passare dai segni e dai simboli del mosaico otrantino del monaco Pantaleone che riuscì a fondere in uno straordinario sincretismo la cultura occidentale e quella orientale, suggerendo all’umanità tutta la reale possibilità della coesistenza di entrambe le culture nel quadro di una perfetta integrazione…Dai graffti di Porto Badisco, sulle cui pareti restarono incisi i primi tentativi dell’uomo che, sin dagli albori della civiltà, percepì la necessità di esprimersi e comunicare… Quel  suo  primo  atto  creativo  ha  generato  l’Arte  che  non  può  essere  sganciata  dal concetto  di  Comunicazione.  L’Arte  è  Comunicazione.  A  prescindere  dal  valore estetico. Per  l’artista  leccese  imprescindibile è  il  legame con  la parola, a cominciare dal termine che è connotazione del suo stesso cognome – la scritta Pasca che compare in uno dei medaglioni del mosaico  di Pantaleone che occupa il quadrato del transetto della Cattedrale di Otranto e che egli assume quasi a firma dei suoi lavori. Lavori che nascono sempre da un’attenta e complicata analisi concettuale che non tralascia tanto l’immaginazione quanto il rigore matematico. E’ sempre questione di ricerca. La sua  indagine pittorica coincide con  il desiderio di identità che è stratificazione, elaborazione complessa dei diversi linguaggi espressivi: da quello più apparentemente freddo e concettuale fatto di bit, In e Out appunto, quello del microprocessore che permette il funzionamento del software di qualsiasi computer, al  gesto  pittorico  che  interviene  sulla  tela  digitalizzata,  che  sembrerebbe  destinata ad  essere  un  prodotto  seriale,  privato,    come  sosteneva Walter Benjamin,  dell’aura dell’opera d’arte. E difatti il gesto, l’intervento dell’artista, deus ex machina e nuovo demiurgo, che  rimescola  le carte e  trasforma  il supporto  in opera d’arte,  rinnovando sulla  tela  il  senso  del  suo  agire,  ripristinando  il  potere  della mente  su  quello  della macchina, ad esempio. Ma, paradossalmente, anche la priorità del pensiero sul gesto, perché l’imprinting non è puro istinto bensì elaborazione concettuale complessa che il gesto prova a tradurre in segni e cromie. Sull’immagine di sfondo elaborata al computer e stampata sulla tela, Pasca interviene stendendo il colore, incidendo gli strati di gesso, innestando strati di tela quasi a ricomporre la memoria inequivocabilmente legata allo spazio e al tempo. Un nuovo hic et nunc per un nuovo progetto estetico, ciò che egli stesso definisce “la Decorazione-Arte che vuole abbattere l’incredulità critica del momento e dare luogo ad un termine dell’Io come In /Out della comunicazione”. Tutto questo aspirando ad un nuovo trattato albertiano, ad un nuovo uomo vitruviano, ad un nuovo modo di concepire “un nuovo oggetto dell’Arte come macchina dell’abitare… giungendo   all’Idea della Decorazione non omologabile”.

Un ritorno al primitivo, insomma. Da  inscrivere magari  in  un  quadrato - spazio  inevitabilmente  definito- capace  di racchiudere però l’indefinito spazio delle idee.

 

Antonietta Fulvio

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