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Claude - pensiero

Categoria: arte Pubblicato: Sabato, 07 Novembre 2009

 

La civiltà della globalizzazione

Crediamo di essere così avanzati da non accorgerci di dipendere ancora da alcuneimmensescoperte della rivoluzione neolitica

 

Il 1° di novembre del 2009, in una appena iniziata e tiepida estate di San Martino, questo ci ricordava, consegnandosi alla Storia con i suoi 100 anni, C. Lévi-Strauss: “A tutte queste ‘arti della civiltà’, da otto o diecimila anni ci siamo limitati ad arrecare solo perfezionamenti”. Ci rammentava che la grande rivoluzione post-neolitica, cioè quella scientifica e industriale, è appena cominciata. I tempi geologici di sempre avrebbero avuto il sopravvento, visto che si potrebbe ritenere casuale che essi siano cominciati in Occidente piuttosto che in Oriente o  viceversa. Incalzava, e, ai nostri dubbi, gridava con forza centenaria:

“Odio i viaggi e gli esploratori” […] “viaggi, scrigni magici pieni di promesse fantastiche, non offrirete più intatti i vostri tesori” […] “ciò che per prima cosa ci mostrate, o viaggi, è la nostra sozzura gettata sul volto dell’umanità” […] “ed ecco davanti a me il cerchio chiuso: meno le culture umane erano in grado di comunicare fra loro, e quindi di corrompersi a vicenda, meno i loro rispettivi emissari potevano accorgersi della ricchezza e del significato di quelle differenze. In fin dei conti, sono prigioniero di un’alternativa: o viaggiatore antico, messo di fronte a un prodigioso spettacolo di cui quasi tutto gli sfuggiva – peggio ancora, gli ispirava scherno e disgusto – o viaggiatore moderno, in cerca di vestigia di una realtà scomparsa. Nell’un caso e nell’altro, sono sempre in perdita, e più che non sembri: poiché, io che mi rammarico di trovarmi davanti a delle ombre, potrei forse comprendere il vero spettacolo che prende forma in quell’istante, o il mio grado di umanità manca ancora della sensibilità necessaria? Fra qualche secolo, in questo stesso luogo, un altro esploratore altrettanto disperato, piangerà la sparizione di ciò che avrei potuto vedere e che mi è sfuggito. Vittima di una doppia incapacità, tutto quel che vedo mi ferisce, e senza tregua mi rimprovero di non guardare abbastanza“.

Morire tra un sabato e una domenica è l’equivalente di un concludere una scelta tra il passato e un sistema che si affaccia con una conclusione,  ad una Vita,  forse apprezzandone l’opportunità. L’esploratore solitario iniziava a riempire il suo scrigno di promesse fantastiche. Fra non tantissimo avremmo potuto scrivere 101 anni,  “Claude” li avrebbe compiuti il 28 novembre prossimo. L’uomo che ha speso se stesso per introdurci allo studio del “pensiero selvaggio” ha deciso diversamente.  C. Lévi-Strauss come per quel suo totemismo si è reso conto di non poter isolare arbitrariamente certi fenomeni o peggio ancora raggrupparli per farne come lui stesso ha sempre affermato: “farne i sintomi di una malattia o di una istituzione oggettiva”.  I suoi “primitivi”, oggi , i Blefari, i Merini, i folli, i poeti e gli artisti di qualunque tempo e continente lo hanno voluto  conclamare: Uno dei “loro”.  Il cosiddetto “pensiero selvaggio” (critica dell’antinomia tra mentalità logica e mentalità magica o prelogica) colpisce la conoscenza indigena/primitiva di noi globalizzati.  La Francia ne ha comunicato l’evento. Se ne è avuta notizia con rispettoso silenzio. La sua ricerca nel campo, “l’indagine sull’altro da sé”, Levi-Strauss la iniziava a San Paolo del Brasile nel 1935, oggi, ha smesso di essere introduzione. Le leggi di una logica governata dall’intelligenza, dalle variabili da lui considerate comuni hanno cessato di essere osservate in quel profondo che può essere persino il sogno. Nelle analisi che hanno dato origine alla illusione totemica,  Levi-Strauss ha dato, ci ha consegnato la sua visione del mondo. L’aver illustrato, con ampiezza di significati, la metodicità del farci distinguere le Società in maniera radicale, riconducendola sempre e comunque agli atteggiamenti nei confronti della sua stessa natura, ha condotto a quella chiara progressione aritmetica delle “classi”, ha espresso chiaramente quale posto assegnare all’uomo e al suo presunto meccanismo di procreazione. Come coofondatore delle scienze umane di un antropologismo moderno, così come lettore attento di un rapporto natura/cultura, nodo cruciale dell’esperienza umana, fa sì che diventi anche il coofondatore del Discorso sull’origine della disuguaglianza, insieme al meno noto, ma altrettanto importante, Saggio sull’origine delle lingue.  Sua l’affermazione:

”per studiare l’uomo, bisogna imparare a guardare lontano; non solo: la volontà sistematica di identificazione all’altro va di pari passo con un rifiuto ostinato di identificazione a sé.” […] “A Rousseau dobbiamo la scoperta di questo principio, il solo su cui possano fondarsi le scienze umane, ma che doveva restare inaccessibile e incomprensibile fintantoché fosse regnata una filosofia la quale, prendendo il proprio punto di partenza nel cogito, fosse prigioniera delle pretese evidenze dell’io, e non potesse aspirare a fondare una fisica se non rinunciando a fondare una sociologia e persino una biologia: Cartesio crede di passare direttamente dall’interiorità di un uomo all’esteriorità del mondo, senza rendersi conto che fra tali due estremi si collocano le società, le civiltà, ossia i mondi degli uomini.” 

Anche il concetto di pietas, tratto originario di ogni essere vivente, così come indicato da Rousseau, lo ha portato a considerare:

“L’uomo comincia dunque con il sentirsi identico a tutti i suoi simili, e non dimenticherà mai questa esperienza primitiva”.

Di fatto l’uomo se lo porta appresso come Dna e non può esser cancellato, pena la distruzione della vita in quanto tale. Anche la libertà, sarà suo oggetto di pensiero nella consapevolezza di una Libertà da costruire e da perfezionarsi. (Perfectibilé), la chiamava Rousseau. Ma “Claude” sapeva anche che “libertà” era capacità di distruggere  l’altro da sé e, in questo modo, se stessi. Non si possono dimenticare gli Atzechi. Così come, era lui a ricordarci, i Nambikwara, popoli amazzonici, che fanno parte di quell’umanità fragile al pari di altre umanità, le vittime di ieri e di oggi come gli Indiani delle Americhe, falcidiate dalla barbarie degli imperi economici delle grandi potenze, Ahimè anche dalla cristianità o di qualsivoglia religione.

Il fratello pietoso, discepolo di “Jean-Jacques”, ci ha saputo insegnare, ha saputo dar voce dicendoci: «Il visitatore che per la prima volta si accampa nella boscaglia con gli Indiani, è preso dall’angoscia e dalla pietà di fronte allo spettacolo di questa umanità così totalmente indifesa; schiacciata, sembra, contro la superficie di una terra ostile da qualche implacabile cataclisma, nuda e rabbrividente accanto a fuochi vacillanti. Egli circola a tastoni fra la sterpaglia, evitando di urtare una mano, un braccio, un torso di cui s’indovinano i caldi riflessi al chiarore dei fuochi. Ma questa miseria è animata da bisbigli e da risa. Le coppie si stringono nella nostalgia di una unità perduta; le carezze non s’interrompono al passaggio dello straniero. S’indovina in tutti una immensa gentilezza, una profonda indifferenza, una ingenua e deliziosa soddisfazione animale, e, mettendo insieme tutti questi sentimenti diversi, qualche cosa che somiglia all’espressione più commovente della tenerezza umana». Dei Maori ha raccontato di un universo gigantesco apparentato tra cielo e terra e ce li ha consegnati come antenati, leganti indissolubili fra mare-sabbia-boschi-uccelli-pesci-uomini. Dei pigmei filippini dà lezione sul significato di  conoscenza informandoci della capacità di quest’ultimi a ritenere nomi e descrizioni di innumerevoli piante, di uccelli, della quasi totalità di serpenti, di pesci, di insetti e mammiferi del loro territorio, avvalorando la tesi di un atteggiamento solidale nei confronti della loro stessa natura e quindi di un attento rapporto natura/cultura.  “Claude” ha tracciato gli inizi e gli estremi che uniscono l’uomo ai pesci del mare. Ha tracciato mappe genealogiche estese come memorie conservate tra codici miniati.

I Rami, principali e cadetti, sono separati da sottosezioni patrilineari in cui la capacità nella distinzione è di natura innanzitutto sociologica, cioè utile ad essere codificata in un sistema tribale, in un rapporto di parentela.

Cento anni della sua esperienza sono sufficienti a definirci: Uguali, e, perché no! Anche un poco Diversi”?

 

Francesco Pasca

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