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L'accento

Categoria: arte Pubblicato: Martedì, 25 Gennaio 2011

L’Accento

due storie in una

breve storia con l'uso della Singlossia nel racconto

 

di Francesco Pasca

 

 

Le ragioni di una ribellione sono da affondare sempre in un immaginario promesso e non realizzato, almeno, queste, dicono siano le più semplici, cioè senza andare a scomodare altri distinguo. Di certo è che, le ragioni sono state sempre al plurale e chi le ha stuzzicate, di contro, perchè dovute sempre ad un singolare riconducibile, al Potere che le ha interrotte dal sogno, quindi, disattese. Per noi europei del terzo millennio nonché ancora cristiani, tanto per essere ancora una volta biblico-evangelici, sono come la ”Terra promessa”. L’Italia in questo ha goduto sempre di un “privilegio”: o con l’occupazione da parte di altri o il potersi ribellare, meglio dire lasciare che ci si ribelli per poi ricadere nell’uguale di sempre, nell’essere-addomesticati, in “gattopardi”.

 

In questi giorni l’Italia gode di un ulteriore “privilegio” quello di essere spettatore di casa d’altri nonché accondiscendente “privilegiato” in casa propria. Da qui la mia riflessione.

Dai fatti di Tunisi, ma da pochi giorni anche dai fatti d’Albania, traggo delle “conclusioni”, le mie, naturalmente. Invero dibattute e contrastanti, ma per non perseguire logiche altrui affondo anch’io il mio atto eversivo, quello scritto.

Da giorni ormai migliaia di giovani e non solo scendono nelle strade tunisine e albanesi, le cui ragioni apparentemente differenti nella sostanza sono uguali.

Le manifestazioni sono dette spontanee e di protesta. La repressione è dura come sempre per il solito concetto di ordine. La disoccupazione è dilagante, la mancanza di una prospettiva e la crisi strisciante alimentano un aumento di non credibilità per un governo assente, tutto questo è evidente. I prezzi, gli episodi di corruzione, il malgoverno, l'arricchimento rapido e arrogante dei pochi fanno da cornice ad un mondo ormai a pezzi e, quei pezzi sono arroventati dagli scontri di piazza.  Nonostante la dura repressione poliziesca che continua a causare decine di vittime, di arresti, la lotta continua, si estende e non si arresta. Distante da quei Luoghi, ma vicino ad un altro non dissimile, il mio punto è a capo, e, perché no, anch’io saprei, in quel clima, da dove incominciare.

Ma l’eversione non è inversione mi suggerisce il vocabolario.

Di fatto l’eversione è l’insieme di atti violenti volti alla sovversione dell'ordine costituito. L’eversione dicono sia terroristica, e, il ciò di quanto accade, può esserne l’esempio. Quindi, per estensione può essere anche l'insieme delle persone che compiono tali atti. Un attentato per esempio è, diventa per quell’ordine, un’eversione.

Sempre, e, di fatto, è l’Azione, e questa può anche essere il risultato dell'invertire; del capovolgimento, del Cambiamento, del rovesciamento di direzione. (chissà perché avrò scritto Cambiamento con la C maiuscola. Se permettete quella C la lascio, potrei servirmene, di seguito.)

La lingua italiana si è sempre prestata a questi distinguo, la letteratura si è a volte fatto carico di ricamarci sopra l’inesorabile punto e a capo o veniamo al punto, al dunque.

Ma è scarno il vocabolario, dà solo l’idea delle differenze, a volte non soddisfa e ci conduce altrove, nella speculazione linguistica del termine.

Ecco allora che si può anche indicare, determinarsi con una proposizione, col termine di figura retorica. Attuare, cioè, un qualsiasi artificio nel discorso, purché volto a creare un particolare effetto, una risonanza, un ritorno di un’eco-EGO, appunto.

Quando questo accade l'identificazione crea, sicuramente, dei problemi di base agli studiosi di retorica, ma tralasciando quest’ultimi, i problemi sono e divengono dell’ascoltatore o del lettore o del fruitore in genere.

Di solito queste figure retoriche si dibattono tra l’essere dizione (fonema) o elocuzione (luogo idoneo al loro uso) e, se inseguono-perseguono la dizione avremo gli effetti fonici, se inseguono la costruzione troveranno l’ordine in una frase. In questo avvicendarsi avvengono i cosiddetti tropi (figure di significato) che non possono distrarsi dall’idea di essere immagini o di affiancarsi ad essa. Infatti, nell’affiancarsi all’immagine, avviene la differenziazione o variazione con l’aggiungersi, con l’eliminarsi e perché no, anche con il trasmutarsi.

Per logica può accadere che il termine eversione si trasmuti in inversione e che per tale logica, che è anche ragionamento ed argomentazione, i procedimenti, può accadere che diventino inferenziali, cioè possono accogliere come vera una verità contenuta in una precedente proposizione e far diventare valido un pensiero-azione che non può esserlo a prescindere. Dobbiamo ad Aristotele quell’esaminare con logica la formulazione di ogni possibile conoscenza attraverso i concetti, le categorie, le proposizioni, i termini e i sillogismi e riferirli ad una conclusione, al punto e a capo.

In buona sostanza se l’eversione è vera nel suo significato lo sarà anche l’inversione avendola sottoposta ad un'inferenza che ne è anche la conclusione. L’attenzione da porre, ancora una volta è nel termine da utilizzare se non ne è stata fatta la dovuta trasmutazione, in quanto, l’implicare non è inferire.

« E quando qualcuno vi propone di credere a una proposizione voi dovete prima esaminare se essa è accettabile, perché la nostra ragione è stata creata da Dio, e ciò che piace alla nostra ragione non può non piacere alla ragione divina, sulla quale peraltro sappiamo solo quello che, per analogia e spesso per negazione, ne inferiamo coi procedimenti della nostra ragione. »(Guglielmo da Baskerville in Il nome della rosa pag. 139, Umberto Eco)

Da ciò, se scriviamo che l’eversione è dannosa in sé, implichiamo che qualunque danno è o può essere un’inversione, ma dovendo noi inferire coi procedimenti della ragione, il danno non è né inversione né eversione avendone ricondotto con l’inferenza l’uguaglianza nel significato e a sua volta avendola ricondotta-trasmutata con la ragione.

Da una logica aristotelica ad una di tipo eracliteo il passo è brevissimo. L’inferire conduce al principio di non contraddizione e può essere il contemporaneamente, le due rappresentazioni opposte di una stessa realtà o il bisogno del Cambiamento da raggiungere.

Eccola riapparire ancora una volta la “particella”, il paradosso del divenire:«nello stesso fiume scendiamo e non scendiamo; siamo e non siamo.»(Eraclito).

Da qui l’impossibilità della terza via la cui terza possibilità non esiste se non nel rispetto di prefigurarne una sola dove il Cambiamento fa rima con Combattimento. Se si potesse misurare l’eversione, quanto sono stato eversivo o se preferite diversamente, quanto inversivo?

Ma, in tutto questo, il Potere in quel contemporaneamente eracliteo, quanto contribuisce? Quanto è non eversivo? O se preferite quanto non inversivo?

Rubare l’animo della gente e sparare a Chi, e, contro Chi. Questi sono i Colpi che Continuano e Crollano sui manifestanti, diversi e distanti tra loro, a volte anche come intenzione.  Un vero tiro al bersaglio. Ma è falso?  O è qui il volto del Potere? Un volto nascosto ed imprevedibile?

è (seconda parte)

Credo sia giunta l’ora di sistemare l’accento nel luogo giusto della parola. Quel che sta avvenendo in questi giorni è la resa dei conti. Perdonate, ma quando ciò accade le somme fanno parte della storia e, la storia per essere tale, come qualunque risultato deve ricongiungere l’inclemente e il chiunque.

Come mio solito mi dilungherò, sarò attraversato dal dubbio e dall’altrettanta certezza dal momento che qui non si salva più nessuno nemmeno i tromboni della sinistra o quanto meno quelli che si reputano tali. Garantismo, qualunquismo, pressappochismo, moralismo, uso, in definitiva, di termini che non fanno le pulci più a nessuno. Dal momento che di Comunicazione trattasi e che nei fenomeni mediatici siamo stati trascinati con l’ennesima fiction del “Grande fratello”, de ”l’isola dei famosi”, della “Fattoria” e infine della “Democrazia”. Da utilizzatore della parola, mi difendo con i mezzi che possiedo.

É detto che il ver­so dipende principalmente dalla giu­sta collocazione degli accenti. Chi ama il ca-f-fè, dalla frutta ormai ci siamo già passati, bene fa a sapere anche che, questa parola appartiene alle tronche e, come tale, l’accento è sull’ultima. Per chi utilizza il te--fo-no, ed oggi se ne fa un abbondante e fan--sti-co uso, deve sapere che i due termini sono sdruccioli o proparossitoni e, di conseguenza, l’accento è terzultimo. Per completare l’opera iniziata, anche perché a volte siamo ansiosi, diciamo che utilizziamo a chiusura di un colloquio il termine  te--fo-na-mi, in questo caso, qualora fossi io l’accento diverrei quartultimo nonché bisdrucciolo. Ricorrere allo sdrucciolare due volte non sempre può essere utile, il te--fo-na-mi può divenire l’intoppo.

Che bella che è la fantasia, ti permette di trovare l’impossibile anche attraverso un innocuo termine sfuggito da una telefonata fatta e, come un qualsiasi altro termine percorribile fra le tante parole, ognuna sembra sempre essere dall’altra differente  e spesso estrapolabile dal contesto, soprattutto se si vuole cazzeggiare.

Chi ama far poesia conosce il significato di verso, di quella strana unità ritmica che si rincorre con le variazioni da lungo a corto e che contribuisce così ad un'alterazione o meglio predisposizione ad un voce, per cui, in levare, si alza o si abbassa secondo quel che la pronunzia richiede. Seguendo il suono-segno grave, circonflesso o acuto si assottiglia o si aggrava quel suono. Così come, ripiegandolo, proprio come accade nell’accartocciare un foglietto si può ottenere quel grave e al contempo l’acuto. Sul quant’è lungo o corto, su quella Quantità di ritardo o meglio tardività, ne segue, ne consegue l’Accento.

C’è chi non ama la poesia vera, c’è chi non pone l’accento, c’è chi tergiversa ed è accomodante sempre e comunque, c’è, in tutto questo, la possibilità di un’assuefazione. Per fortuna c’è anche la televisione divisa anche questa tra bene e male, tra lo Stato Garante e il Commerciale Arrembante. Così come per non poesia anche la non televisione è e diventa il cattivo utilizzo.

Seguo i palinsesti di ogni latitudine e longitudine, alcuni di quegli accorti strumenti adoperati per costruirli, fra non molto, con date e scadenze, daranno l’obbligo, dovrò comunque pagarli, non me ne potrò sottrarre. La maledizione per un incauto acquisto dell’apparecchio televisivo mi induce a versare la pena. Quest’anno l’ammenda … Scusate se ho scritto ammenda dovrò ancora una volta pagarla, la scadenza è ormai prossima. Ho trasgredito anche quest’anno nell’usufruirne. Anche in questo caso mi trovo con la mannaia del termine ultimo, quello della : “Concussione”. Infatti mi avvisano con lettera e con messaggi eloquenti, non telefonicamente, che se non pago verrò ulteriormente ammendato e non emendato da qualsivoglia peccato di Voyeurismo televisivo.

Sono, mi sento estorto mediante la famigerata concussione da parte di un debitore da cui il creditore ottiene soddisfazione dei propri diritti(elargito ed acconsentito di usufruire, del possedere la banda che nell’invisibile fluttua nell’aria), per vie legali (intendo legalmente, per legiferazioni in tal senso.)

Ritornando all’accento della parola. Quando questa è imparisillaba?  Lo è, quando l’accento è grave, quando ci troviamo di fronte alla (ù) di  con-cùs-so, non propriamente come nella parola Fà--rè, infatti, la sola sillaba è acutamente accentata, le altre due sillabe e restano con l’ac­cento grave e passano per brevi e, per “brevi manu”, si pagano.

Anche in questo caso la sola sillaba si alza di suono nella voce pronunziandola,  le altre due si pronunceranno depresse, abbassate di tono, così come nella parola al plurale di sa-là-rio, sa-la- oppure di sim-pò-si-o, sim-po-, qui l’accento è circonflesso e ci si inclina, inchina. È per questo che il nostro salario è depresso.

Il circonflesso poteva, nel passato, essere posto su qualsiasi vocale (â, ê, î, ô, û) come forme contratte tipiche della poesia. Ciò dovuto alla attribuzione della sincope di una sillaba per ragioni di metrica: fûro (furono), fêro (fecero), amâro (amarono), tôrre (togliere), côrre (cogliere), finîro (finirono).

Es:«… Dintorno a questa vennero e fermarsi, e fêro un grido di sì alto suono, che non potrebbe qui assomigliarsi;» (Dante - 141 Paradiso 21).

Qui il tono è altissimo e scomoda le alte cariche, anche la Chiesa se ne scuote e,  al pari di quanto accade al nostro Premier, la condotta incriminata consiste nel farsi dare altro vantaggio abusando della propria posizione, perché no, anche aumentando il canone televisivo o pronunciando improperi sulla discussa rivoluzione-educazione sessuale, e, tale condotta, può esplicarsi in due differenti modalità: o attraverso la costrizione o l’induzione.

Anche questa riflessione parrà strana, anche perché, tutto questo nella sua apparente semplicità di parola latina (concussiònem – scossa, forte scuotimento – il cui Cum va ad aggiungersi allo sbattere, all’agitare con forza perseguendo l’immagine di colui che scuote l’albero per farne cadere i frutti).

Ma non abbiamo terminato. Nella parola che si fa verso vi è l’endecasillabo. Di fatto, e il nostro leader lo sa bene, il Verso Endecasillabo è come un amplesso lungo, è l’intera misura di undici sillabe assegnata a “morire felice” in un accento, nel godere alla grande.

In questo godere, qui, trattiamo anche il Verso Sdrucciolo, quello che ha l'accento sull'immediatamente prima di quella penultima, è l'estrema parola che termina precipitosamente e quasi capitombola giù dalla lingua. (l’immagine la lascio alla sottile fantasia del lettore.)

Tronco: Poscia tra esse un lume si schiarì.   (Dante) .

Piano: Che un bel morir tutta la vita onora. (Petrarca).

Sdrucciolo: Che non è in somma Amor, se non insania?(Ariosto).

Ma l’amore come il ricorrersi in un ricordo che è presenza, si sa, non ha sesso né può incorrere ad una scelta al di fuori del già determinato. Così, l’endecasillabo, quindi, per citare un altro esempio nella metrica latina è anche saffico. Non a caso è attribuito alla celebre poetessa di Lesbo Saffo ed è presente nei nove libri alessandrini, 1320 versi per l’appunto saffici. « Ille mi par esse deo videtur,/ille, si fas est, superare divos/,qui sedens adversus identidem te/spectat et audit dulce ridentem … ». «Come uno degli Dei, felice chi a te vicino così dolce suono ascolta mentre tu parli e ridi amorosa … »(Carme LI).

Ma passiamo alla dimensione del Verso Endecasillabo. Vi sono tre dimensioni.

Senza indugio, passiamo immediatamente alla terza, da qui, meno frequente è quando l’endecasillabo, oltre alla decima, avrà la quarta e la settima accenta­te, ma con questa condizione deve esserci la ce­sura dopo la quarta e dopo la settima. È come se la cesura facesse rima con la “Censura” applicata dall’amorevole padre che protegge il proprio figlio.

Quest’ultima dimensione è ritrovabile nel can­to Siciliano ed è chiamato Ditirambo: Ma se la terra comincia a tremare,/e traballando minaccia disastri,/lascio la terra,/mi salvo nel mare. (dal Bac­co in Toscana di Francesco Redi)

Infatti il buon Bossi richiamandosi alla fragilità, in questi tempi, del Premier consiglia:”Il Cavaliere si riposi, al resto pensiamo tutto noi”. Intanto a noi poveri utenti Voyeur televisivi ci tocca pagare 110,50 Euri o Euro. Alla faccia di chi … Altro che trombone, anche per stazza, qui si fa del falso moralismo sulla televisione laica dimenticando che la televisione di Stato si è perfettamente adeguata nello stile alla televisione Commerciale e non solo. Dell’evolversi della Comunicazione dovrà, ma già lo fa, ringraziare il Cavaliere. Peccato!

Altro che rimboccarsi le maniche, qui ci tocca ricominciare daccapo.

Dimenticavo di aggiungere. Ho qui davanti a me un bestseller degli anni settanta che ho letto ieri e che rileggo volentieri oggi: Porci con le ali. Diario sessuo-politico di due adolescenti scritto nel 1976 da Marco Lombardo Radice e Lidia Ravera, sotto gli pseudonimi di Rocco e Antonia, ma c’ero anch’io.

E Voi, dove eravate?

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