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della tela

Categoria: arte
Pubblicato: Domenica, 19 Ottobre 2014
Scritto da Super User

La difficile Arte dell’immaginare.

Ovvero quando l’immagine è donna di tela, strappata, rivoltata.(da un racconto con Roberto Buttazzo)

di Francesco Pasca

Oggi, a distanza esatta di una settimana destino il mio tempo al ricordo e racconto di un Artista che, fisicamente incontro raramente e che, costantemente annovero fra i pochi toccati dal colore, dalla luce, dal gesto, dal vibrare di un suono. Quindi anche oggi è domenica come quel 12 di ottobre e il calendario di padre Indovino nell’oggi 19 di ottobre recita:(paese che vai, usanza che trovi.) Riprendendo.
Ebbene sì! Distinguo! Eccome! Perché nel variare di questo mondo vi sono quelli che vengono toccati dall’invisibile ed altri che toccano e si auto-definiscono, ahimè, perché da altri così definiti per aver solo la mano nella cognizione/condizione dell’usare. Quest’ultimi son lesti, o a sentir loro, agiscono da impegnati, e poco del loro vero pensare assumono nell’imbrattare l’indifeso invisibile per loro visibilissimo. Altri, che sono i primi, per natura son schivi, ma consapevoli, ch’è l’altra cosa del sembrare o dell’essere, che, nel consapevole, son diversi, assai diversi, sono gli Artisti, son quelli che si lasciano solo prendere, accarezzare da quell’ignaro invisibile.Con l’ancora aroma del buon caffè appena gustato, rigorosamente amaro, ho incontrato lo sguardo nel blu, verde, amaranto e indaco di un occhio inquieto nel frenetico apparire al mondo e mi sono ancora una volta ritrovato, sebbene caduto “nella trappola della pittura”; così si introduce l’ennesima esperienza di Roberto Buttazzo.
Per me è anche esperienza in Colore da far scorrere veloce in un post doping di LUCE e da sublimare nel luogo di un san Sebastiano trafitto da una miriade di pungiglioni infermieristici; così alla Fondazione Palmieri di vico dei sotterranei, 24 a Lecce, in una Lecce ancora ignara ed in attesa di verdetti da far non più sognare in “boschi magici” e del poi trovarsi stremati sui Sassi. Così, nel mio consapevole, ho abbracciato l’Artista. Un’altra donna, fra le tante lì rappresentate, Marina Pizzarelli, aveva preparato la sua trappola e così mi ha “strappato/intrappolato” col suo scritto critico di presentazione e fattomi scendere nel mio abisso d’immaginazione per un Artista che conosco in serietà da anni. “La nudità della donna è più saggia dell’insegnamento del filosofo” (Max Ernst). Roberto era lì e non si trastullava a passi larghi per le arcate, per le teorie femminili con il banale, ma infilzava l’ennesimo suo strale nel sognante corpo del suo san Sebastiano e in ognuna di quelle quotidiane e vitali esperienze vissute in e per ognuno di quei corpi al femminile tracciava la sua libertà, la eviscerava e poi l’annullava; rimpiazzava, nascondeva, drappeggiava, emergeva e poi si immergeva e ancora riemergeva in un verde che sventolava nel suo ventaglio delicato come, penne d’aquila, di gazze dispettose, di piume, di tocchi, di LUCE.

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LISA

Categoria: arte
Pubblicato: Venerdì, 14 Marzo 2014

per POP(serio)PENSIERO 

(11-03-2014 - Francesco Pasca)

 

Da dipingere è lì la tavola mia, lì con il suo intorno di secolo a venire. Tuttora pensa anch’Ella e al suo di nome e se l’essere Honda, Gioconda, Monna o (L)-Isa.

Così è quel che a me appare e il come è nel suo nome e nelle misure o ancora com’è fra l’essere e quel fare. Vi è oggi più del noto e anche più di quel nome e lì rimane da aggiungere il Monda che non è Monna, a  quel di me ch’è l’ideale pel mio dunque, addentrare.

L’uscio della mia casa attende la scrittura all’inverso, l’ingranaggio rovescio, il suo mancino andare.

All’uscio, l’amica mia, presto non darà le spalle ed Ella sa che fluisce l’universo suo per le montagne, per i mari e fin su in alto ai cieli e lo farà per rocce e per caverne, per i disordini altrui e per esser veri.

Qui io l’attendo.

L’amica sarà così come nei segni di sbalzo, d’un paesaggio e non solo e, nel me accanto, sarà l’antica Sua saggezza, racconterà del regno del Signore.

Qui, nell’attesa, comincia il suo mutare, lì il creare azioni per quella sua nuova natura che d’uccello ha ala per Luna.  Ier l’altro mi s’accostò e nell’esser vicina così disse e profferì parola. Parlò del sé, chiesi il suo sé o del mai potessi vedere ancor l’antico o quel ch’era del lasciato frizzo, del natio suo villaggio o se al nascosto suo segno andasse con un guizzo.

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ZERO

Categoria: arte
Pubblicato: Martedì, 24 Dicembre 2013

L’anno ZERO

di Francesco Pasca

 

Dicono: tutto quel che nasce è destinato a morire. Non dicono: tutto quel che nasce ha ragione di nascere e desiderio di altri farlo morire. Quale apporto alle premesse per un Anno dichiarato ANNOZERO?

Sebbene certo della non immediata risposta, nell’inesorabile tutto decrepito rimestato panorama del volutamente possibile, la Scrittura ha necessità di alimentare e/o autoalimentarsi nel Suo non essere mai stato inizio di qualcosa o morte per altre. Dal detto, che non è il fatto, non resta che assecondarne lo ZERO, ch’è il suo stesso paradosso, quello destinato ad appartenere e a radicarsi in un mondo fatto per dare sempre necessità di un inizio creduto creato dal nulla. Persino le grandi Cose dell’Universo hanno avuto necessità di caratterizzarsi con un istante particolare, inizio di contenitore in contenitori e con la possibilità di un evolversi in una somma indeterminata di altrettanti eventi. L’evento quindi si attende, si subisce e si classifica, si deposita con gli ulteriori eventi in quel che è il non secondario paradosso chiamato Storia o Tempo.

melL’assunto è l’iniziale, è il tutto in quel dichiarato Storia o Tempo oppure il Tempo ch’è solo inesorabile Tempo o ancora Scrittura del Tempo, di quel che è e vuole essere definito maldestramente “racconto” sia esso stato per essere descritto destro, mancino o rovescio o mal/rovescio. Per Diversalità, per quel che è già nato e del perché destinato da altri a morire, si scrisse, si è scritto, fu il contenitore dopo contenitore. Infatti così ne narrai del febbraio del 2011. “Era già un po’ di tempo che gironzolava, fra me e Maurizio Nocera, l’idea di un foglio poetico, quando poi nel febbraio 2011 con lo stesso Nocera e con Francesco Carrozzo si iniziò a parlarne convinti e nessuno di noi prevedeva, né pretendeva che una qualunque azione intrapresa potesse diventare una pratica certa, almeno tale da essere duratura nel tempo.”  Quindi, il massimo di quella convinzione fu volta a definirsi e sperarsi nell’arco di un indispensabile.

Sembrò allora il “contemporaneo”, lo è tuttora. Per questo torno ad inserire l’arguto disegno di Melanton, l’Immagine di una Luna d’inchiostro e il fiorire fra le mani l’Albero, quel che si scrive, le Parole. Sembrò allora la meraviglia per quell’inizio determinato fra Mente e Scrittura ma era l’inconsapevole già contenuto e da addizionare nella stessa Mente di quel che si sarebbe fatto, divenuto Scrittura. Quel che si asseriva non avveniva affatto nell’inizio, né per il solo inizio, bensì nel numero già ottavo per quell’anno DiVersale e, a quel tempo, la cabala attraeva, era (l’ottava) meraviglia, l’otto-8/il prospettato Uni-Verso ∞  e dava ampia possibilità di divagare, di ricreare nel rigenerato, in quel che si doveva.

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