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(A)rianna

Categoria: arte
Pubblicato: Venerdì, 15 Luglio 2011

Liberate (Α)rianna

 

di Francesco Pasca

 

Sì! É vero! Non ci sono e ci faccio, e, nell’assoluto immateriale della biennale detta Salentina, sono qui per fugare il dubbio ai maliziosi pettegoli e dire loro che, con me ce ne sono anche altri. “Non ci siamo proprio”. É proprio uguale a quel modo di dire quando qualcosa non ci convince. Oggi lo scrivere diventa così: la Non pratica del “buttare la pietra e nascondere la mano”. È piuttosto molto più incline a: “buttarsi avanti per non rimanere dietro (in-dietro)”. E “noi” siamo molto in-dietro, tanto da essere i (primi)tivi e dobbiamo, andiamo sempre più in-dietro.

 

É pratica di “molti” il buttarsi avanti … Bene! Il primo sasso è stato lanciato, scansate-“Vi”! Per il secondo di quei sassi è presto fatto, colpisca il “critico” dabbene, quello acculturato, quello pronto ed in prima linea sempre e comunque (già pronto per essere colpito, quasi per diventare vittima immolata dal “destino”). È strana la vicenda dell’uomo che fa Arte. Ieri inizio di secolo scorso era il Futurismo quella proiezione d’intenti dissacratori che gridava: “…  Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie …”

 

Quel Fare era dato da un manipolo di “interventisti” che di lì in poi avrebbero assunto anche le caratteristiche del “reazionario”, e, perché no!, anche del “Fascista” da  littorio, poi del mitico “min-cul-pop”. Ho scritto Littorio e avrei dovuto scrivere “Vittorio”, ma, non fraintendetemi, più in là dovrò ritornare al “Littorio”- “Vittorio”.

 

Rammenterò cos’è stata negli anni la Biennale e cosa deve continuare ad essere. Stasera, dopo il taglio del nastro si saprà cos’e oggi la biennale (quella leccese), della 54ennesima veneziana s’è già detto tanto e non è per niente edificante quanto s’è veduto e scritto. Mi direte che parto prevenuto e non solo per quest’ultimo motivo, direte che lo sono anche per far contenti quelli di cui ho già detto innanzi. Ci risiamo. Qui è la Storia che s’inverte. Alcuni pezzi dell’Avanguardia di ieri non spingono l’acceleratore sull’assoluto immateriale della Biennale, anzi l’aggravano e, ad altri, tocca reclamare. Queste le notizie fin qui pervenute, s’aggiungono a quanto già detto. Pertanto, nell’attesa parliamo dei numeri la mia passione. Incontriamo subito le prime difficoltà: 62 non è un numero primo.

Un numero primo per essere tale deve essere un numero naturale maggiore di 1 che sia divisibile solamente per 1 e per sé stesso. Par poca cosa ma in quei numeri l’Uno è più importante dei tanti e dei molti. I “Qualc(uni)” (mi piace scriverlo così). Come vedete non lo correggo, mi dà piacere così, perché non vedo l’andare oltre il mio, il nostro-nostro molteplice oltre. Penserete, ovviamente, che prima e dopo il 62 ci sono il 2, 3, 5, … 53, 59, 61, 67,… 113, 127, 131,… 271 … e  che via via, perche No!, si potrebbe persino giungere al numero proibito. (lo suppongo pari). Fra i tanti l’eccezione, e, se è vera eccezione deve restare relegata tra i pochi, infatti, è unico, è il numero fra i tanti, è il 2, il pari divisibile e rispondente al contempo alla qualità di primo.

 

Nei quanti sia divisibile quel due, il dirlo, è cosa altrettanto “unica”. Ecco svelata la qualità di quel numero primo: deve essere “unico”.

 

Piaccia o non piaccia anche la Biennale deve essere “Unica” in ragione di quel due. Dicevo. Sessantadue presenze. Tante, Troppe, persino Inflattive per un percorso che deve essere snello e principiato e che metta in conto per ciascun “individuato” una storia di qualità definibile ed esteticamente motivata da ragioni che s’inoltrino nella Storia dell’Arte ed approdino poi nel contemporaneo. Ma questa non è colpa dell’Artista, gli Artisti in questa come in altre vicende non si toccano sono altrettanto unici come quei numeri. Chi non è unico è il “sistema” condiviso dai sotto-sotto “sistemi” a loro volta generati da altri “sottosistemi” arrugginiti (commissioni ad hoc) che attendono l’evento per farsi l’oleata di glicerina che li renda ancora nuovi. Non può essere considerato Unico il percorso delle scelte “surgelate”, quello delle non verifiche serie e mai fatte, quello che dilata i tempi tanto da renderli immobili e compassati in una vicenda sempre più complicata, quello che confonde verifica biennale con verifica decennale ed in alcuni casi con verifica cinquantennale andando a “rispolverare” lo stantio che nel frattempo non è andato da nessuna parte. Poi ci sono i “Professori”, i pensionati dell’Arte. Quelli delle Accademie, dei Licei Artistici e degli Istituti d’Arte che hanno “plasmato” migliaia di “anime” e che oggi (non) sono presenti a testimoniare come hanno speso il loro lavoro.

 

Ma i giovani sul territorio ci sono.  Sono l’idea, sono l’autodidatta, sono i nascosti nei loro laboratori, sono quelli che non si mostrano in una società che li emargina, che in pochi li si va a cercare. Ecco allora “il sistema” che spende per una Kermesse che approda solo a rendere lustro a se stessa. In tutto questo, ancora una volta, gli artisti sono il soldo inflazionato da esibire. In tutto questo gli “artisti rivoluzionari di ieri” sono il sistema di oggi.

 

Il vecchio Dada di sempre rimugina nel frattempo e predispone il suo evento. Al punto quattro di quel “reazionario” Manifesto rilegge mentalmente: “Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova; la bellezza della velocità”. (pensa … raggiunta la velocità occorre fermarsi, riflettere, verificare). “Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall'alito esplosivo... un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia,” (pensa … meglio un’automobile non inquinante. Meglio una (non)automobile). “è più bello della Vittoria di Samotracia.”(pensa … è meglio la Vittoria di Samotracia che un Vittorio alla Biennale). Venezia è tale da tempo, e, da sempre, è la costante vetrina dello stato dell’arte negli ultimi due anni (il primo numero fra i primi). Ripeto. Gli ultimi due anni che dovranno costruire i prossimi due. Costruire lo stato dell’Arte in cui è possibile individuare le nuove strategie di un Fare che disegni la Storia, non scrivere la Storia come è gradita. Riflessione: Giungere al Salento, al Meridione del Sud del Sud, chissà perché si è nell’atavica predisposizione ad essere ultimi, diventa ancora l’ultimo percorso che si vuole degli ultimi cinquanta anni. A guardare bene le presenze, i critici arruffoni e pedanti hanno “spolverato” gli oggetti antichi di famiglia, d’antiquariato dell’arte. “Preziosi”, ma di un antiquariato da mercatino dell’usato. E i giovani dove sono? Perché sono così pochi? Chi è andato a scovarli, convincerci che ci sono?

 

Li ho sentiti quei giovani e mi hanno detto che ci sono (eccome!) e non ci “fanno” come i tanti. (non l’ho detto, l’ho letto, l’ho sentito. Lo affermo!) Qui mi fermo perché questa nota ha da essere scritta in due tempi. Deve essere, per ora,  quella delle ore 9,00 del 08 luglio ’11, con le notizie di seconda mano, quelle apparse sui quotidiani locali. La seconda verrà dettata dalla kermesse del dopo la dodicesima ora, alle 21,00 con l’inaugurazione del “contenitore” del dirigente responsabile, che mi dicono sia nella duplice veste di padrone di casa e di gradito ospite, nonché in qualità di artista alla biennale.

 

SECONDA PARTE.

 

Alle ore 21,10 arrivo trafelato. Con me un centinaio di bigliettini da visita del critico Littorio di colore giallo e con l’identità impressa nelle parole: CAPRA! CAPRA! CAPRA! Irrompo al grido di: “Liberate (A)RIANNA”, mostrando un vistoso cartello con l’identica scritta appena pronunciata. Inizia la duplicazione del mio reale. Divento il “Vittorio” e distribuisco la mia nuova identità: “CAPRA! CAPRA! CAPRA!”.

 

Ma chi è (A)RIANNA?

 

(A)RIANNA deve essere liberata.

 

L’i(DEA) non può essere relegata nei labirinti di questo sistema. L’Arte è nata libera e non può condividere il potere con chi si nasconde nel fondo di quell’intrico aggrappato al suo “librium” al suo “segno del comando” oggi di nome “Vittorio-Littorio” e del suo simbolo fallico bipenne. Ma inizia la kermesse. Tutti si stringono intorno al tempio, il Sindaco è contento, il critico è contento, parenti ed amici sono tutti contenti. Me ne sto per tutto il monologo-littorio con le braccia alzate a reclamare il mio essere “CAPRA!” e ad invocare: “liberate (A)RIANNA” tanto che il monologhista s’accorge e chiede il perché l’(A)RIANNA deve essere liberata, esorta persino alla liberazione, ma continua nel suo monologo raccontandoci dell’ultima provenienza geografica, della sua fatica, della chiusura del catalogo, di quanto sia bella la nostra Città, di quanto sia importate il Circo equestre itinerante da lui organizzato.

 

Una bella esperienza in cui gli artisti scompaiono, sono le assenze del contenitore immateriale voluto di nome “biennale leccese”. Chi è il presente ed il tangibile? Chi è il coccolato e il prezioso? Chi è il Minosse e chi quell’assurdo “esperimento” genetico  voluto da Poseidone per punire Minosse? Chi è Pasifae e perché desiderò ardentemente accoppiarsi con quel bellissimo Toro?

 

Ancora una volta il Mito ci aiuta a rispondere alle nostre domande. Di certo c’è che, di “bello” vi è il Littorio, ed ecco allora tutti in coda, a seguirlo nelle sue esibizioni di bellezza, nelle “sue” scelte, nei meandri labirintici della Cultura dominante.

 

Un buon 30% di artisti, compreso il critico locale che si è prestato, sono miei buoni conoscenti e colleghi, alcuni anche miei buoni amici. Sono sicuro che comprenderanno, che s’accorgeranno della distanza fra il Lido di Venezia ed il Lido di San Cataldo, che avranno coscienza critica per assumersi parte di quei meandri costruiti intorno alle loro idee, che è più probabile l’improbabile, che il respiro culturale non è unitario ma localistico, che da “insegnanti” non avrebbero mai dato a tutti lo stesso voto, che la qualità non è quantità, che non contribuiranno a liberare (A)RIANNA. Dall’eccessivo numero di presenze dovrebbero aver capito che l’illusione di aver partecipato o contribuito non rende loro alcun merito. “liberate (A)RIANNA! “ è il grido più alto, e, questa volta, è il litTORiO ad essere CAPRA! CAPRA! CAPRA!

 

CAPRA! CAPRA! CAPRA!

 

CAPRA! CAPRA! CAPRA!

 

Mi attendo il grido dal buio del vostro labirinto. Chissà se mi avranno “compreso”.

L'accento

Categoria: arte
Pubblicato: Martedì, 25 Gennaio 2011

L’Accento

due storie in una

breve storia con l'uso della Singlossia nel racconto

 

di Francesco Pasca

 

 

Le ragioni di una ribellione sono da affondare sempre in un immaginario promesso e non realizzato, almeno, queste, dicono siano le più semplici, cioè senza andare a scomodare altri distinguo. Di certo è che, le ragioni sono state sempre al plurale e chi le ha stuzzicate, di contro, perchè dovute sempre ad un singolare riconducibile, al Potere che le ha interrotte dal sogno, quindi, disattese. Per noi europei del terzo millennio nonché ancora cristiani, tanto per essere ancora una volta biblico-evangelici, sono come la ”Terra promessa”. L’Italia in questo ha goduto sempre di un “privilegio”: o con l’occupazione da parte di altri o il potersi ribellare, meglio dire lasciare che ci si ribelli per poi ricadere nell’uguale di sempre, nell’essere-addomesticati, in “gattopardi”.

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Claude - pensiero

Categoria: arte
Pubblicato: Sabato, 07 Novembre 2009

 

La civiltà della globalizzazione

Crediamo di essere così avanzati da non accorgerci di dipendere ancora da alcuneimmensescoperte della rivoluzione neolitica

 

Il 1° di novembre del 2009, in una appena iniziata e tiepida estate di San Martino, questo ci ricordava, consegnandosi alla Storia con i suoi 100 anni, C. Lévi-Strauss: “A tutte queste ‘arti della civiltà’, da otto o diecimila anni ci siamo limitati ad arrecare solo perfezionamenti”. Ci rammentava che la grande rivoluzione post-neolitica, cioè quella scientifica e industriale, è appena cominciata. I tempi geologici di sempre avrebbero avuto il sopravvento, visto che si potrebbe ritenere casuale che essi siano cominciati in Occidente piuttosto che in Oriente o  viceversa. Incalzava, e, ai nostri dubbi, gridava con forza centenaria:

“Odio i viaggi e gli esploratori” […] “viaggi, scrigni magici pieni di promesse fantastiche, non offrirete più intatti i vostri tesori” […] “ciò che per prima cosa ci mostrate, o viaggi, è la nostra sozzura gettata sul volto dell’umanità” […] “ed ecco davanti a me il cerchio chiuso: meno le culture umane erano in grado di comunicare fra loro, e quindi di corrompersi a vicenda, meno i loro rispettivi emissari potevano accorgersi della ricchezza e del significato di quelle differenze. In fin dei conti, sono prigioniero di un’alternativa: o viaggiatore antico, messo di fronte a un prodigioso spettacolo di cui quasi tutto gli sfuggiva – peggio ancora, gli ispirava scherno e disgusto – o viaggiatore moderno, in cerca di vestigia di una realtà scomparsa. Nell’un caso e nell’altro, sono sempre in perdita, e più che non sembri: poiché, io che mi rammarico di trovarmi davanti a delle ombre, potrei forse comprendere il vero spettacolo che prende forma in quell’istante, o il mio grado di umanità manca ancora della sensibilità necessaria? Fra qualche secolo, in questo stesso luogo, un altro esploratore altrettanto disperato, piangerà la sparizione di ciò che avrei potuto vedere e che mi è sfuggito. Vittima di una doppia incapacità, tutto quel che vedo mi ferisce, e senza tregua mi rimprovero di non guardare abbastanza“.

Morire tra un sabato e una domenica è l’equivalente di un concludere una scelta tra il passato e un sistema che si affaccia con una conclusione,  ad una Vita,  forse apprezzandone l’opportunità. L’esploratore solitario iniziava a riempire il suo scrigno di promesse fantastiche. Fra non tantissimo avremmo potuto scrivere 101 anni,  “Claude” li avrebbe compiuti il 28 novembre prossimo. L’uomo che ha speso se stesso per introdurci allo studio del “pensiero selvaggio” ha deciso diversamente.  C. Lévi-Strauss come per quel suo totemismo si è reso conto di non poter isolare arbitrariamente certi fenomeni o peggio ancora raggrupparli per farne come lui stesso ha sempre affermato: “farne i sintomi di una malattia o di una istituzione oggettiva”.  I suoi “primitivi”, oggi , i Blefari, i Merini, i folli, i poeti e gli artisti di qualunque tempo e continente lo hanno voluto  conclamare: Uno dei “loro”.  Il cosiddetto “pensiero selvaggio” (critica dell’antinomia tra mentalità logica e mentalità magica o prelogica) colpisce la conoscenza indigena/primitiva di noi globalizzati.  La Francia ne ha comunicato l’evento. Se ne è avuta notizia con rispettoso silenzio. La sua ricerca nel campo, “l’indagine sull’altro da sé”, Levi-Strauss la iniziava a San Paolo del Brasile nel 1935, oggi, ha smesso di essere introduzione. Le leggi di una logica governata dall’intelligenza, dalle variabili da lui considerate comuni hanno cessato di essere osservate in quel profondo che può essere persino il sogno. Nelle analisi che hanno dato origine alla illusione totemica,  Levi-Strauss ha dato, ci ha consegnato la sua visione del mondo. L’aver illustrato, con ampiezza di significati, la metodicità del farci distinguere le Società in maniera radicale, riconducendola sempre e comunque agli atteggiamenti nei confronti della sua stessa natura, ha condotto a quella chiara progressione aritmetica delle “classi”, ha espresso chiaramente quale posto assegnare all’uomo e al suo presunto meccanismo di procreazione. Come coofondatore delle scienze umane di un antropologismo moderno, così come lettore attento di un rapporto natura/cultura, nodo cruciale dell’esperienza umana, fa sì che diventi anche il coofondatore del Discorso sull’origine della disuguaglianza, insieme al meno noto, ma altrettanto importante, Saggio sull’origine delle lingue.  Sua l’affermazione:

”per studiare l’uomo, bisogna imparare a guardare lontano; non solo: la volontà sistematica di identificazione all’altro va di pari passo con un rifiuto ostinato di identificazione a sé.” […] “A Rousseau dobbiamo la scoperta di questo principio, il solo su cui possano fondarsi le scienze umane, ma che doveva restare inaccessibile e incomprensibile fintantoché fosse regnata una filosofia la quale, prendendo il proprio punto di partenza nel cogito, fosse prigioniera delle pretese evidenze dell’io, e non potesse aspirare a fondare una fisica se non rinunciando a fondare una sociologia e persino una biologia: Cartesio crede di passare direttamente dall’interiorità di un uomo all’esteriorità del mondo, senza rendersi conto che fra tali due estremi si collocano le società, le civiltà, ossia i mondi degli uomini.” 

Anche il concetto di pietas, tratto originario di ogni essere vivente, così come indicato da Rousseau, lo ha portato a considerare:

“L’uomo comincia dunque con il sentirsi identico a tutti i suoi simili, e non dimenticherà mai questa esperienza primitiva”.

Di fatto l’uomo se lo porta appresso come Dna e non può esser cancellato, pena la distruzione della vita in quanto tale. Anche la libertà, sarà suo oggetto di pensiero nella consapevolezza di una Libertà da costruire e da perfezionarsi. (Perfectibilé), la chiamava Rousseau. Ma “Claude” sapeva anche che “libertà” era capacità di distruggere  l’altro da sé e, in questo modo, se stessi. Non si possono dimenticare gli Atzechi. Così come, era lui a ricordarci, i Nambikwara, popoli amazzonici, che fanno parte di quell’umanità fragile al pari di altre umanità, le vittime di ieri e di oggi come gli Indiani delle Americhe, falcidiate dalla barbarie degli imperi economici delle grandi potenze, Ahimè anche dalla cristianità o di qualsivoglia religione.

Il fratello pietoso, discepolo di “Jean-Jacques”, ci ha saputo insegnare, ha saputo dar voce dicendoci: «Il visitatore che per la prima volta si accampa nella boscaglia con gli Indiani, è preso dall’angoscia e dalla pietà di fronte allo spettacolo di questa umanità così totalmente indifesa; schiacciata, sembra, contro la superficie di una terra ostile da qualche implacabile cataclisma, nuda e rabbrividente accanto a fuochi vacillanti. Egli circola a tastoni fra la sterpaglia, evitando di urtare una mano, un braccio, un torso di cui s’indovinano i caldi riflessi al chiarore dei fuochi. Ma questa miseria è animata da bisbigli e da risa. Le coppie si stringono nella nostalgia di una unità perduta; le carezze non s’interrompono al passaggio dello straniero. S’indovina in tutti una immensa gentilezza, una profonda indifferenza, una ingenua e deliziosa soddisfazione animale, e, mettendo insieme tutti questi sentimenti diversi, qualche cosa che somiglia all’espressione più commovente della tenerezza umana». Dei Maori ha raccontato di un universo gigantesco apparentato tra cielo e terra e ce li ha consegnati come antenati, leganti indissolubili fra mare-sabbia-boschi-uccelli-pesci-uomini. Dei pigmei filippini dà lezione sul significato di  conoscenza informandoci della capacità di quest’ultimi a ritenere nomi e descrizioni di innumerevoli piante, di uccelli, della quasi totalità di serpenti, di pesci, di insetti e mammiferi del loro territorio, avvalorando la tesi di un atteggiamento solidale nei confronti della loro stessa natura e quindi di un attento rapporto natura/cultura.  “Claude” ha tracciato gli inizi e gli estremi che uniscono l’uomo ai pesci del mare. Ha tracciato mappe genealogiche estese come memorie conservate tra codici miniati.

I Rami, principali e cadetti, sono separati da sottosezioni patrilineari in cui la capacità nella distinzione è di natura innanzitutto sociologica, cioè utile ad essere codificata in un sistema tribale, in un rapporto di parentela.

Cento anni della sua esperienza sono sufficienti a definirci: Uguali, e, perché no! Anche un poco Diversi”?

 

Francesco Pasca

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